Marano, minaccia di morte su WhatsApp: “Quando uno scherzo supera il limite”

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Gentile direttore, le racconto ciò che mi è accaduto pochi giorni fa. Una minaccia di morte arrivata sul telefono. Poche parole, scritte su WhatsApp, che in pochi secondi hanno trasformato una giornata qualunque in un momento di paura.

Il messaggio proveniva da un numero che non conoscevo. Subito dopo sono iniziate anche alcune chiamate e videochiamate insistenti.

Di fronte a una frase così grave, la prima reazione è stata quella di preoccuparmi e di chiedermi chi ci fosse dall’altra parte dello schermo e, soprattutto, se quella minaccia potesse avere conseguenze concrete.

Ho conservato i messaggi e le chiamate ricevute e ho valutato di rivolgermi alle forze dell’ordine.

Successivamente è stato possibile chiarire l’origine di quanto accaduto. Si trattava di alcune minori.

Il confronto con gli adulti di riferimento ha permesso di affrontare la situazione e di riportarla all’interno di un contesto educativo. Sono arrivate le scuse e la disponibilità a intervenire affinché episodi simili non si ripetano.

Ho scelto di non trasformare questa vicenda in un’accusa nei confronti di nessuno. Ma credo che possa essere utile raccontarla per una ragione più grande.

Quando un bambino scrive qualcosa attraverso uno schermo, spesso non percepisce fino in fondo il peso delle proprie parole. Chi le riceve, invece, le vive sulla propria pelle.

Una minaccia non diventa meno seria perché viene scritta su WhatsApp. E uno smartphone non rende virtuali le emozioni che può provocare.

Ma c’è anche un’altra riflessione che questa esperienza mi ha lasciato, forse ancora più importante.

Provo dispiacere anche per quei genitori che si trovano a crescere i propri figli in un’epoca tecnologica che ha cambiato tutto così velocemente.

Siamo davanti a strumenti che, in molti casi, sono arrivati nelle mani dei nostri figli prima ancora che noi adulti avessimo il tempo di imparare davvero a conoscerli.

Non credo sia sempre facile per un genitore capire dove finisca uno scherzo e dove inizi un comportamento che richiede un intervento. Non credo sia semplice sapere quanto controllare, cosa controllare, come parlare di ciò che accade nelle chat e come proteggere i propri figli senza invadere il loro spazio.

Forse anche noi adulti siamo, in qualche modo, una generazione che sta imparando.

Stiamo cercando di educare i nostri figli a qualcosa che noi stessi non abbiamo vissuto alla loro età. E questo rende il compito ancora più difficile.

Per questo credo che non servano soltanto regole e divieti. Servono confronto, ascolto e soprattutto una vera alleanza tra famiglia, scuola e comunità.

Dobbiamo aiutare i bambini a comprendere che dietro uno schermo ci sono persone vere, con emozioni vere, e che le parole scritte possono avere conseguenze reali.

Non voglio puntare il dito contro nessuno.

Vorrei soltanto che questa esperienza diventasse una riflessione per tutti: per i bambini, per i genitori e anche per noi adulti.

Perché insegnare ai bambini a usare la tecnologia significa anche insegnare loro a essere responsabili delle parole che scelgono di affidarle.

E forse, mentre insegniamo a loro come abitare questo nuovo mondo, dobbiamo concederci anche noi adulti il diritto di imparare!

Lettera firmata

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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