Gentile dottore, solo oggi ho il coraggio di condividere il mio grande dramma, spinta anche dalle ultime notizie di cronaca che vedono ancora una volta una madre infierire sui propri figli. Ad appena due anni, con una sorellina di 5 anni, ho perso mia madre, che si è suicidata gettandosi dal terzo piano di un lussuoso appartamento di Posillipo. Nulla le mancava, apparentemente, né l’affetto del giovane marito, né aiuti familiari, né aiuti domestici, nulla. Accadeva 53 anni fa, evidentemente il suo disagio o depressione è stato all’epoca ignorato o sottovalutato. Può immaginare quale amore e cura ho per la mia famiglia e per i figli oggi, e come reagisco con orrore quando sento che madri o padri scelgono da criminali di eliminare i figli e, spesso, cercano poi il suicidio, guarda caso, spesso, non riuscendo nell’intento. Trovo assurdo tutto ciò. Mia madre, poverina, ha scelto di cancellare la sua vita, lasciando un uomo distrutto che venera il suo ricordo ancora oggi, ma le sue creature non le ha toccate!
Eleonora, Napoli
“Quel sibilo tagliente mi ha accompagnato per tutta la vita, nella sua freddezza, unica, agghiacciante. Non l’ho più dimenticato, non ce l’ho fatta, avrei voluto e ogni volta che sto in ansia per qualcuno, è come se lo sentissi ricomparire”… così raccontava una donna che elaborava il lutto per il suicidio di un suo parente avvenuto tempo addietro e di cui non riusciva a capacitarsi, soprattutto si rimproverava di non essersi resa conto della sofferenza che questa persona viveva, prima di arrivare al gesto estremo. Si parla sempre del suicidio riferendosi alla persona che lo compie, ma poco si discute di quelli che restano, del trauma che subiscono, dei segni che lasciano, della incancellabilità del gesto. La signora narrava la sua storia, riferendosi ad essa come se fosse contestualizzata in un tempo fissato, cristallizzato, fermo, congelato: “io sono ancora lì, immobile e incapace di girarmi, bloccata nei brividi che quel sibilo mi aveva provocato. Una rigidità che nemmeno il vociare della gente era riuscito a sciogliere, a farmi girare lo sguardo, su quel lenzuolo bianco che sembrava un’isola in un lago di sangue”. Cosa resta del suicidio? Una sofferenza, come ogni lutto, ma amplificata dalle mille sensazioni che ci si porta dentro, a partire dal sentimento di vergogna a quello di colpa, allo stigma che la persona sente addosso, per finire alla percezione di debolezza mentale che si pensa avere, nel sentirsi associate al suicida. Cosa resta ancora del suicidio? Verrebbe da dire: il vuoto, ma i vuoti sono fatti per essere riempiti, e se proprio non ci si riesce bisogna cominciare a guardarli senza farsi prendere dalle vertigini. Ciò può avvenire solo se si comincia a prendere contatto con essi, a conoscerli, ri-conoscerli, vivendo anche l’angoscia e la paura che il vuoto rimanda. Il sibilo deve diventare un fruscio, di quelli che ti svegliano con leggerezza, e ti fanno comprendere che si è pronti per risalire sul carrozzone della vita, che si prepara a raggiungere un’altra tappa, un’altra destinazione.
Dott. Raffaele Virgilio, psicologo e psicoterapeuta
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