Il D Day è l’8 ottobre all’ora di pranzo, quando alla Camera ci sarà il finale a scrutinio segreto sulla riforma elettorale voluta dal centrodestra e osteggiata dalle opposizioni. Un passaggio ormai dato per scontato da tutti, visto che la premier Giorgia Meloni ha chiaramente avvertito che in caso di bocciatura nel segreto dell’urna si va subito ad elezioni anticipate. I partiti, non a caso, già da tempo si stanno organizzando per correre con le nuove regole, che disegnano un quadro molto diverso rispetto al recente passato.
La principale novità dello Stabilicum o Melonellum che dir si voglia consiste nella cancellazione dei collegi uninominali previsti dal Rosatellum e dall’introduzione di un sistema a base proporzionale con soglia di sbarramento al 3% e premio di maggioranza per la coalizione che supera il 42% dei voti. Il premio è attribuito non in percentuale, ma in quota fissa di 70 deputati e 35 senatori fino a un tetto di 220 deputati, ossia il 55% dei seggi, e 113 senatori, il 56,5%. Si tratta di percentuali che più o meno rientrano nella soglia costituzionale del 55% che mette al riparo l’elezione degli organi istituzionali di garanzia, cioè il Presidente della Repubblica e i giudici della Corte costituzionale e del Csm, e impedisce alla maggioranza di turno di cambiarsi da sola la Costituzione.
L’effetto: polarizzazione del confronto politico tra i due schieramenti principali
E’ chiaro che un sistema siffatto porta alla polarizzazione del confronto politico: da una parte favorisce l’aggregazione in coalizione di forze affini per raggiungere la soglia del 42%, dall’altra spinge al voto utile contro le forze estrema, come è il caso d
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