ESCLUSIVA MARANO. I BENI CONFISCATI, LA PESSIMA GESTIONE DELLA GIUNTA MORRA. ECCO COSA DICE LA RELAZIONE CHE HA PORTATO ALLO SCIOGLIMENTO DEL COMUNE. DAI BOX ALLA VILLA DEL BOSS

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Dai box auto confiscati alla famiglia Simeoli agli immobili lasciati inutilizzati: la relazione della Commissione d’accesso ricostruisce una gestione segnata da ritardi, carenze nei controlli e procedure finite sotto esame.

I beni confiscati alla criminalità organizzata dovrebbero rappresentare uno dei simboli più concreti della presenza dello Stato sul territorio: ciò che viene sottratto alle organizzazioni criminali deve tornare alla collettività, attraverso progetti sociali, servizi pubblici e procedure trasparenti.

È proprio sulla gestione di questo patrimonio che la Commissione d’accesso insediata al Comune di Marano di Napoli ha concentrato una parte significativa della propria attività ispettiva. La relazione descrive una serie di criticità e anomalie amministrative relative ad alcuni beni confiscati, con particolare riferimento alle procedure di assegnazione, ai controlli sui concessionari e alla mancata valorizzazione di immobili e terreni.

Le contestazioni riportate nella relazione riguardano il periodo dell’amministrazione guidata da Matteo Morra e costituiscono uno degli elementi esaminati nel procedimento che ha portato allo scioglimento del Comune.

I box auto della famiglia Simeoli

Uno dei capitoli più dettagliati riguarda i sette box auto confiscati a Antonio Simeoli, detto “Ciaulone”, indicato nella relazione come affiliato al clan Polverino, situati all’interno del Parco Futura di via Adda.

Il Comune, nel dicembre 2024, aveva avviato una procedura per l’assegnazione dei box. La Commissione d’accesso ha però evidenziato una serie di circostanze ritenute meritevoli di approfondimento.

Tra queste, innanzitutto, il ritardo nella pubblicazione di una modifica al regolamento comunale sui beni confiscati. La modifica introduceva specifiche incompatibilità per amministratori, dipendenti comunali e loro familiari. Secondo la relazione, il ritardo nella pubblicazione avrebbe fatto slittare l’efficacia delle nuove disposizioni, consentendo che la procedura per i box fosse avviata senza applicare quelle ulteriori limitazioni.

Alla gara – come scoperto da Terranostanews – risultarono nove manifestazioni di interesse. La Commissione ha posto l’accento sulla presenza di offerte con numeri di protocollo consecutivi e sulla partecipazione di persone legate da rapporti familiari a esponenti dell’amministrazione.

Tra i partecipanti figuravano Monica Di Pinto, indicata nella relazione come moglie dell’allora consigliere comunale Nunzio Rusciano, e Santolo Musella, indicato come zio dello stesso consigliere.

La relazione segnala inoltre la presenza di altri partecipanti con rapporti di parentela o collegamento con soggetti sottoposti ad accertamenti o già noti alle forze dell’ordine. Si tratta di circostanze che la Commissione ha ritenuto significative nel ricostruire il quadro complessivo della procedura.

Lo stesso responsabile del procedimento e presidente della commissione di gara, Giovanni Silvestri, presentò successivamente una denuncia evidenziando presunte anomalie e una possibile turbativa della procedura.

Il consigliere Rusciano, secondo quanto riportato nella relazione, annunciò successivamente la decisione di non concorrere più all’assegnazione.

L’immobile di via Recca

Un altro capitolo riguarda l’appartamento di via Recca 22, confiscato ad Armando Del Core, indicato nella relazione come esponente del clan Nuvoletta e condannato per l’omicidio del giornalista Giancarlo Siani.

Il bene era stato assegnato all’associazione Terra Viva per un progetto sociale destinato ai giovani.

Secondo la Commissione, però, il sopralluogo effettuato nell’aprile 2025 avrebbe trovato l’immobile chiuso, privo di alimentazione elettrica e non utilizzato.

La relazione richiama inoltre precedenti episodi intimidatori denunciati ai danni di componenti dell’associazione, tra cui danneggiamenti alle automobili e un episodio di lancio di ordigni contro la sede dell’organizzazione.

Per la Commissione, il quadro avrebbe evidenziato la necessità di verifiche più puntuali da parte del Comune sull’effettivo utilizzo del bene e sull’attuazione del progetto sociale per il quale era stato assegnato.

Il terreno La Volpe e l’ex cioccolateria

Altra criticità riguarda il terreno confiscato ad Angelo Simeoli, indicato nella relazione come soggetto contiguo al clan Polverino, nella località La Volpe, lungo corso Mediterraneo.

Il bene era stato interessato da interventi di riqualificazione finanziati attraverso fondi europei, con la realizzazione di un’isola ecologica e di un polo del riuso.

Secondo quanto rilevato dalla Commissione, tuttavia, non sarebbe stata successivamente completata una procedura di assegnazione finalizzata alla piena utilizzazione del bene.

All’interno dei locali dell’ex attività di produzione dolciaria risultavano inoltre presenti numerose compostiere donate al Comune, che secondo la relazione non erano state adeguatamente utilizzate per potenziare il servizio di raccolta differenziata.

La Commissione ha collegato questa situazione a una più generale carenza organizzativa nella gestione del patrimonio confiscato.

La “Proprietà Simeoli”

Anche una villa confiscata a Benedetto Simeoli, figlio di Antonio Simeoli, è finita sotto la lente degli ispettori.

L’immobile di via Marano-Quarto era stato destinato a finalità sociali e assegnato, secondo gli atti comunali citati nella relazione, a un raggruppamento di associazioni nell’ambito di una procedura di coprogettazione.

Ma il sopralluogo effettuato dalla Commissione avrebbe evidenziato condizioni di degrado e l’assenza di un effettivo utilizzo per le finalità sociali previste.

Anche in questo caso, dunque, la questione sollevata non riguarda soltanto lo stato dell’immobile, ma soprattutto l’effettività dei controlli esercitati dal Comune sui beni concessi. N.B. Da qualche tempo l’immobile è stato ripreso dai gestori e a breve sarà inaugurato.

Il problema della trasparenza

Tra gli elementi contestati compare anche la pubblicazione di un atto relativo all’assegnazione di un locale confiscato di via San Rocco.

La determinazione comunale dell’8 maggio 2025 sarebbe stata pubblicata con l’identità dell’assegnatario oscurata.

Per la Commissione, tale modalità avrebbe limitato la possibilità dei cittadini di conoscere chi avesse ottenuto la disponibilità del bene e di esercitare un controllo diffuso sull’operato dell’amministrazione.

Un aspetto particolarmente delicato, considerata la natura dei beni in questione e il loro valore simbolico nella lotta alla criminalità organizzata.

Un patrimonio che, secondo la Commissione, non sarebbe stato adeguatamente valorizzato

Il filo conduttore che emerge dalla relazione è dunque quello di una gestione ritenuta insufficiente dei beni confiscati, caratterizzata, secondo gli ispettori, da ritardi, carenze nei controlli, immobili non utilizzati e procedure amministrative sulle quali sono state rilevate anomalie.

La Commissione sottolinea come la destinazione dei beni confiscati non possa essere considerata una semplice attività patrimoniale. Quegli immobili rappresentano, infatti, un patrimonio sottratto alla criminalità e restituito alla collettività.

Proprio per questo, secondo la relazione, eventuali irregolarità amministrative assumono un peso particolare: la trasparenza delle procedure e il controllo sull’effettivo utilizzo dei beni diventano parte integrante della stessa azione di contrasto alla criminalità organizzata.

Il quadro che ha contribuito al procedimento di scioglimento

Le vicende relative ai beni confiscati si inseriscono nel più ampio quadro di elementi esaminati dalla Commissione d’accesso durante l’attività ispettiva svolta presso il Comune di Marano.

La relazione ha evidenziato, in diversi settori dell’amministrazione, criticità e circostanze ritenute meritevoli di approfondimento, tra cui proprio la gestione del patrimonio confiscato.

Il successivo scioglimento del Comune per infiltrazioni della criminalità organizzata rappresenta l’esito del procedimento previsto dalla legge sulla base degli elementi raccolti e valutati dalle autorità competenti.

La vicenda dei beni confiscati resta quindi uno dei capitoli più delicati: non soltanto per le singole anomalie amministrative evidenziate, ma per il significato che quei beni assumono per la comunità maranese.

Perché una villa, un terreno o un box confiscato non sono immobili come gli altri. Sono beni che dovrebbero raccontare concretamente la vittoria delle istituzioni sulla criminalità. E quando rimangono inutilizzati, quando le procedure di assegnazione vengono contestate o quando la trasparenza degli atti viene messa in discussione, a essere indebolito è proprio quel messaggio di legalità che la confisca dovrebbe rappresentare.

Tutto il contrario, insomma, delle “palle” che i sostenitori e le sostenitrici dell’ex giunta raccontano ancora in questi giorni e in qualche tavola rotonda.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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