LA MALASANITÀ IN ITALIA, IN CAMPANIA AL CUBO. “LA FINE DI MIA MOGLIE, VI RACCONTO LA SUA ODISSEA”

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Il caso singolo che vengo a descrivervi è uno dei tanti casi di malasanità che si verificano nel nostro Paese a dimostrazione  delle differenti disparità di prestazioni che i pazienti sono costretti a ricevere se abitanti del Mezzogiorno oppure del Centro-Nord.

A ROSALIA,  dovuta  probabilmente ad una malformazione al più grosso e centrale vaso sanguifero del corpo umano, a Napoli,  all’ eta’ di 75 anni, vennero diagnosticati degli aneurisma addominale sia all’aorta ascendente che discendente, definiti dagli esperti “bomba ad orologeria  nell’organismo”. Necessitava di un delicato  intervento sia cardiochirurgico che vascolare e la triste conclusione era  che le migliori strutture sanitarie con professionalita’ di eccellenza si trovavano al San Raffaele di Milano o al Sant’Orsola di Bologna, quindi era consigliabile recarsi in una di queste strutture idonee per sottoporsi agli interventi dovuti.  Un primo rilievo da fare è il fatto che il Sistema Sanitario Nazionale ( SSN) istituito con la Legge 893  del 24 dicembre 1978, le  cui origini risalgono al 1948 quando la Carta Costituzionale ha riconosciuto il diritto alla salute si basa sui  tre principi cardine di l’universalità,  l’uguaglianza  e l’equità. Nel corso dei quarantaquattro anni trascorsi da allora, grazie alle ricerche scientifiche si possono registrare  enormi successi sia nel campo medico che  chirurgico, purtuttavia bisogna registrare anche limiti e deficienze nel suo complesso, per cui una domanda è d’obbligo che fine ha fatto il Piano Nazionale Sanitario? Le successive leggi in particolare la Legge  502/92 non si limita ad  introdurre la trasformazione delle USL in Azienda ma con il successivo Decreto Legge 517/93 le Regioni provvedono ad emanare norme  per la gestione economico finanziario e patrimoniale  delle USL e delle Aziende Ospedaliere per cui il decentramento della Sanità Nazionale  con il contenimento della spesa  sanitaria, si è dimostrato fallace  come si è potuto constatare con il COVID-19, il  ruolo delle Regioni e dei rispettivi Presidenti è stato dominante sul ruolo nazionale che avrebbe dovuto esprimere il Ministero competente.

Privo di un coordinamento nazionale, nella maggioranza dei casi, il paziente viene  mandato allo sbaraglio, lasciato al suo destino,  deve provvedere in proprio   e scegliere in base alle sue informazioni, dove e quale struttura ospedaliera sia più idonea per sottoporsi al l’intervento e/o gli interventi prescritti, purtroppo, nella quasi totalità dei casi,  in strutture tutte ubicate al centro-nord. Inizia il calvario, l’itinerario che a descriverlo dimostra tutti i limiti immaginabili!

Nel caso in questione per un fattore logistico, viene scelta l’ospedale Sant’Orsola per la presenza  di un familiare intimo a Rimini distante 100  Km da Bologna. Per accedere alla struttura Ospedaliera il paziente, necessita di una visita intramoenia di un medico specialistico facente parte del Reparto  Cardiochirurgico che decide il ricovero al padiglione competente. La  richiesta della visita  viene fissata in un tempo medio-breve, ma in seguito a piccoli malesseri, si decide a recarsi al pronto soccorso dell’Azienda Ospedaliere che ne determina l’immediato ricovero. Ottenuto il ricovero viene diagnosticata la necessita’ di un intervento cardiochirurgico seguito da due interventi cardio vascolari per l’immissione  di due stent oltre alla presenza di un calcolo da asportare.  Viene deciso dall’equipe  medico  di anticipare l’intervento dell’asportazione del calcolo e trasferito la paziente dal reparto di cardiochirurgia a quello di chirurgia generale, dal Sant’Orsola al  Malpighi , una struttura attigua e comunicante facente parte del medesimo polo ospedaliero universitario. Intervento che si articolo in due fasi distante una settimana, con il sistema del “bombardamento”. Viene dimessa  con l’impegno da parte della struttura di richiamarla dopo qualche mese per essere sottoposta agli interventi successivi

La lunga degenza  si è articolato nei quattro interventi,  in un lasso di tempo di oltre sette mesi, inizia con il primo ricovero, del giorno 17/11/2020 che  si protrae al 30/11/2020; il secondo dal 03/02/2021 al 15/04/2021 ed il terzo dal 15/05/2021 al 14/06/2021. .Nel corso del secondo intervento cardiochirurgico, in sala operatoria la paziente  contrae il  batterio Mycobacterium chimaera, colpita da un morbo infettivo per cui la cura del morbo  prolunga  la degenza per circa tre mesi,  viene dimessa in una condizione precaria, aveva perso circa 30 kilogrammi,  dai circa ottanta kilogrammi pesata al primo ricovero viene dimessa registrando un peso di 50 Kilogrammi oltre due piaghe  da decubito una al tallone del piede destro ed uno più grave e profondo,  sacrale che a casa per la loro guarigione ci sono volute circa tre mesi con cure giornaliere ed assistenza di un infermiere professionista. La lunga degenza ospedaliera e le quasi quotidiane visite quando il divieto causato dal  COVID era assoluto venivano sostituite con una telefonata pomeridiana del dottore di turno  a noi familiari. Tutto ciò ci ha consentito di poter fare un’ulteriore riflessione:    l’assistenza e la sicurezza del paziente che si manifesta in modo incontrovertibile con il rapporto tra l’equipe medico-infermiere,   il paziente ed i propri familiari tra   le diverse strutture ospedaliere  induce a   porci alcuni interrogativi.  Se i rischi di un infezione batterica potrebbe essere addebitato “ al caso” per la percentuale statistica, un caso ogni settantamila; le piaghe sono  provocate  “dall’incuria della  malasanità generalizzata”.

Comunque un distinguo è d’obbligo, la  differente assistenza che ricevono i pazienti  tra due Aziende Ospedaliere di dimensioni similari quale quella del Sant’Orsola – Malpighi  di Bologna e quella del Cardarelli e/o del Policlinico di Napoli. Considerato  che la maggioranza sia dell’equipe medico, dal primario al più giovane assistente, e  dell’apparato parasanitario,  dall’infermiera professionista all’inserviente, con i dovuto rispetto gerarchico, sono di origini meridionali, dove in genere si considera il fattore umano  prioritario, considerato che  sia i   primi che i secondi sono disciplinate dalle medesime leggi e organizzati con i medesimi principi sindacati, a cosa è dovuta la differente qualità di assistenza? Tralasciando il merito, che dovrebbe  essere  l’elemento cardine, selettivo di qualsiasi professione sia nel pubblico che nel privato che io relazionerei  ai bisogni dell’utente,  la differenza è dovuta ad una volontà politica sulle scelta dei suoi dirigenti  che devono rispondere sì ai propri protettori ma al Sud del Paese debbono  assolvere anche  il ruolo con secondario, essere procacciatori di voti!

A Napoli proseguono, in forma  privata,  le visite cardiologiche periodiche e le cure mediche prescritte, purtuttavia le condizioni fisiche non migliorano, si aggravano, ai primi giorni del mese di novembre si manifestano con una febbre alta ed un tremolio che scompare con una pillola di Tachipirina, la sera tardi  del sabato sera viene chiamato la guardia medica che risponde,  senza  venire al domicilio,   di somministrarle un’aspirina,  si protrae la domenica, il lunedì a seguito  della visita domiciliare del medico di base si decide  di portarla al Pronto Soccorso dell’Ospedale Cardarelli che dopo  una TAC viene  diagnosticata la presenza di una” fistola all’altezza del tratto prossimale dell’aorta ascendente con l’esofago” e viene ricoverata alla Medicina d’urgenza. La struttura Ospedaliere, il Cardarelli il più grande Ospedale del Mezzogiorno, non avendo un idoneo reparto specialistico, ha chiesto un  consulto al Policlinico. Successivamente  viene  deciso che deve essere trasferita in un ospedale della regione più idoneo. Continua il calvario! Premesso che la paziente era accompagnata dalla cartella clinica rilasciata dall’ospedale Sant’Orsola, come logica conseguenza, sarebbe stata, invitare la medesima struttura Ospedaliere che l’aveva operata a riceverla. Impossibile, perché il trasferimento ed il ricovero doveva essere effettuato nell’ambito regionale. Quindi venivano invitati i familiari a provvedere loro a trasmettere il dischetto ed il relativo referto all’Ospedale competente che avvenne, trasmettendo la documentazione al primo assistente del primario che aveva operato la paziente e solo dopo insistenti solleciti, trascorso oltre due settimane,   viene autorizzato  il trasferimento con un ambulanza a carico del paziente.

Dopo 21 giorni si provvede al trasferimento in ambulanza a Bologna. Degenza che avviene al Padiglione 23 dove precedentemente aveva subito intervento cardiochirurgico e l’immissione degli stent ,  decidono, dopo il risultato dell’esame di gastroscopia si  sarebbe tenuto un consulto tra i primari delle rispettive branche di competenza per provvedere il da fare. Purtroppo dopo l’esame di gastroscopia che a Napoli definivano rischioso ed a Bologna “ si doveva fare” la paziente dopo due giorni è deceduta.

 

 

Descrivere semplici fatti vissuti o sentiti aiutano a comprendere meglio  lo stato di degrado in cui versa la Sanità.

– Durante la decenza al Cardarelli, per il rischio COVID, le visite dei familiari al Reparto di Medicina d’urgenza, avvenivano solo previo tampone entro le 48 ore,  a giorni alterni, una sola persona, escluso i giorni festivi , mediante un invito che veniva  comunicato telefonicamente dalla caposala il giorno precedente, al Sant’Orsola tutti i giorni compreso i festini, senza tampone. In una di queste visite, poiché le camere era occupate da due pazienti, mi fu chiesto dal medico di guardia e dalla caposala  se potevo anticipare la visita  perché l’altra paziente doveva mangiare ed era venuto il familiare ad imboccarla. Il giorno successivo, per l’urgenza   del trasferimento, ho l’accesso al reparto per parlare con il primario, alla fine del colloquio gli chiedo se cortesemente potevo  recarmi in camera per un fugace saluto alla paziente, ottenuto l’autorizzazione, mi accingo ad attraversare il corridoio, vengo fermato dalla caposala la quale mi intima in modo sprezzante di  non entrare, alla mia precisazione che ero stato autorizzato dal primario la risposta, priva  di qualsiasi motivazione,  è stata” decido io chi deve entrare”!

-Un secondo episodio, mi è stato raccontato. Due fratelli medici decidono di andare a fare visita ad un loro amico paziente all’Ospedale Cardarelli, all’ingresso con la macchina si qualificano, impossibile, il sorvegliante non concede l’autorizzazione. Il giorno successivo un assistito, sorvegliante anch’egli del Cardarelli, si reca allo studio medico, gli viene raccontato l’accaduto, di risposta: “dottore facevate il mio nome”! Dopo pochi giorni si ripete  l’andata al Cardarelli, all’ingresso si fa il nome del sorvegliante assistito, oltre all’accesso  viene indicato loro il posto migliore da posteggiare!

– L’ultimo,  non meno grave, episodio  a mio avviso fu che visto che la  risposta dall’Ospedale Sant’Orsola  tardava a venire,  invece era arrivata quella di un altro ospedale regionale, abbiamo dovuto firmare un rifiuto formale poiche’ il medico responsabile della medicina d’ urgenza sollecitava un trasferimento.  Dovetti assicurarlo che il lunedì successivo alle ore 12,00 mi sarei incontrato con lo specialista del consulto e  avremmo trovato la strada migliore, con una espressione stupefatto mi rispose “ lei incontrerà il professore?  Dato  l’urgenza e la particolarità del caso, mi convinsi  di percorrere i medesimi usi e costumi praticati nel meridione del paese, chiedo ad un amico  che mi venga fissato un incontro con questo professore.  Il lunedì mattina al reparto di Cardiochirurgia del Policlinico di Napoli , unitamente a mia figlia vengo ricevuto per primo da questo professore il  quale ci  riceve nel suo studio descrivendoci le difficoltà della paziente ed il rischio che andrebbe incontro in caso di un immediato intervento a cuore aperto mentre con interventi meno invasivi la paziente avrebbe potuto vivere, superando le difficoltà della fistola. Ad una mia richiesta se poteva ricoverarla al suo reparto la risposta immediata fu: “ dottore, sarebbe meglio se venisse ricoverata all’Ospedale Sant’Orsola, conosco benissimo il primario che l’ha  operata , giovedì prossimo ci incontriamo ad un Convegno a Roma, gli  parlerò del caso, anzi prendetevi il numero del mio cellulare e giovedì mattina a mezzo WhatsApp  provvedete a ricordarmelo”.  Cosa  che venne fatto!

Ho preferito narrare minuziosamente il caso, con l’aggiunta  degli  episodi vissuti o raccontati  che unitamente alle conoscenze acquisite per aver ricoperto per un breve-medio termine l’’incarico di Presidente dei Revisori della  USL di Frattamaggiore, dove avevo tra l’altro, maturato la convinzione che  sia le future Asl che i piccoli  Ospedali in periferia, in particolare quelli nella Città Metropolitana, prossimi ai grandi centri ospedalieri, avrebbero dovuto svolgere un ruolo primario, quello  per la prevenzione ed i piccoli interventi di day ospital, per poter evidenziare le deficienze della malasanità   accentuate e triplicate  nel Mezzogiorno. Con i tre episodi narrati si evidenzia, che il metodo è comune, occorre “ conoscere qualcuno”, calpestare il diritto altrui, per raggiungere lo scopo,  anche infimo che sia. La ”raccomandazione “ è il male maggiore che frena un possibile Sviluppo e caratterizza il Mezzogiorno. Il decentramento nella Sanità, trasferendo il potere alle Regioni ha prodotto ulteriori danni. Il trasferimento alle Regioni per un verso  ha trasformato questi Enti di Programmazione e Legiferazione in enti di Gestione con tutte le difficoltà che ne derivano, dall’altro ha accentuato la qualità delle differenti prestazioni tra Nord e Sud del Paese. Quando un politico della prima Repubblica che ha fatto il bello ed il cattivo tempo nel campo della Sanità alla Regione Campania affermava che più del 50% del Bilancio regionale è ascritto alla Sanità, di fatto sosteneva che  un ritorno ai poteri dello Stato  è impossibile.

Settori cardini come la difesa, la giustizia, la scuola devono  rimanere saldi al Potere Centrale, circa la Sanità, una loro correzione potrebbe avvenire almeno con un ritorno dei  poli sanitari universitari, fonte di ricerca; la nomina dei dirigenti generali con la creazione di un coordinamento nazionale sia per la gestione del malato che per gli acquisti con una propria Cabina di Regia , dovrebbero ritornare di competenza dello Stato che si riserva di emanare guide comuni .

Il principio generale del PNRR della Sanità è quello della parità d’accesso ai servizi sanitari e sociali, poiché il PNRR connette riforme ed investimenti possiamo dedurre ed augurarci che i limiti e le deficienze riscontrate e consolidate nel corso degli anni possano sanarsi in particolari quelli territoriali con una riforma che vada nella direzione delle macroregioni.

Viviamo in una crisi di Sistema che riguarda tutti gli assetti dello Stato, bisogna riportarci alla Società Civile con l’obbiettivo  di riformare i propri ceti dirigenti viceversa potremmo andare incontro a qualche rottura traumatica.

 

Franco De Magistris

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TERRANOSTRA | NEWS
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