Il big bang del 5 Stelle. Storia di un’autodistruzione nel giro di pochi anni. Gli errori di Grillo e la smisurata ambizione di Di Maio

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Come siamo arrivati al big bang? Come e perché è imploso il 5 Stelle? Come hanno fatto a dilapidare una marea di voti ottenuti dopo circa 10 anni di battaglie, condite dagli insulti degli avversari e dei principali media? L’impressione è che l’unica decrescita propiziata da Grillo sia stata quella infelice dei voti del Movimento. E se è stato lui, al battesimo del fuoco del 2013, a trascinare la sua banda di carneadi verso un sorprendente 25%, è stato sempre lui a benedire tutti i salti della quaglia del M5s al potere.

Dopo il boom del 2018, il demiurgo del Vaffa, il profeta dell’antipolitica, ha dato il via libera prima alla creazione di un governo con la Lega e poi di uno con i nemici storici del Pd. Infine il capolavoro: entrare in un esecutivo di larghissime intese con a capo l’ex governatore della Bce Mario Draghi, definito per l’occasione un «grillino» dall’uomo che mandava a quel paese le banche, l’Europa e tutti i partiti. Per questo non deve meravigliare la dissipazione del consenso pentastellato a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Dal 32% delle politiche del 2018 al 17% delle europee dell’anno successivo. Fino alle migliaia di voti persi alle comunali, con la caduta delle due roccaforti di Roma e Torino conquistate nel 2016 e passate al Pd nel 2021.

La storia del grillismo è da manuale di Scienza delle distruzioni. Anche se, come spiega al Giornale Nicola Biondo, ex spin doctor dei Cinque Stelle alla Camera, giornalista e autore dei libri Supernova e Il Sistema Casaleggio, «per quanto riguarda la comunicazione la profezia dello scioglimento del M5s in altri partiti si è già avverata, basti pensare alle tecniche di Luca Morisi per Salvini, a Tommaso Longobardi, guru social di Giorgia Meloni che ha iniziato alla Casaleggio Associati e all’influenza che in un certo periodo ha avuto la comunicazione di Rocco Casalino persino su una parte del Pd». Il 5 stelle regge un pochino al sud, specie in Campania, ma solo per l’effetto Reddito di cittadinanza. La scissione tra i dimaiani e i contiani sembra prossima. L’attuale ministro degli Esteri pensa al futuro, al suo ruolo ma non solo: la regola del terzo mandato gli impedirebbe di candidarsi, ma questo non è il vero problema: Di Maio, con qualche deroga, alla fine potrebbe anche farcela, ma il punto è che resterebbero fuori molti suoi fedelissimi. Una trentina, forse anche di più di parlamentari. Senza il supporto del suo zoccolo duro, Di Maio sa bene che non avrebbe alcun peso interno al Movimento.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TERRANOSTRA | NEWS
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