Appalti Consip, anche Renzi sapeva dell’indagine

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Foto LaPresse/ Alfredo Falcone 06-08-2016 Rio de Janeiro Copacabana sport ciclismo su strada Giochi Olimpici Rio 2016 - nella foto: Matteo Renzi Photo LaPresse/ Alfredo Falcone 06-08-2016 Rio de Janeiro Copacabana Rio 2016 Olympic Games - In the picture: Matteo Renzi
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Anche Matteo Renzi sapeva dell’indagine segreta (si fa per dire) sulla Consip, la centrale di acquisto della Pubblica amministrazione. A tirare in ballo il segretario del Pd nella fuga di notizie che fa tremare il governo non è un funzionario amico del M5s o un burocrate con simpatie per Bersani e Speranza. Bensì un renziano a 24 carati: Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua. Il testimone che fa il nome dell’ex premier davanti ai pm di Napoli è presidente della municipalizzata dell’acqua di Firenze e di altri 45 Comuni dei dintorni, perché scelto nel 2013 proprio da Matteo Renzi e confermato da Dario Nardella nel 2015. Prima di dedicarci a Vannoni cerchiamo di capire perché ci poteva essere tanto interesse tra Roma e Rignano su un’indagine lontana. A Napoli i pm Henry John Woodcock, Enrica Parascandalo e Celeste Carrano indagano da mesi sugli appalti della società Consip, cento per cento del Tesoro, incaricata di fare acquisti per sette miliardi all’anno per tutte le pubbliche amministrazioni.

Indagati per corruzione nell’esercizio delle funzioni (articolo 318 c.p.) sono Alfredo Romeo e Marco Gasparri, funzionario di Consip che si occupa delle gare per le forniture. I pm indagano anche sul più grande appalto d’Europa: 2,7 miliardi di euro suddivisi in decine di lotti, tre dei quali potrebbero finire anche alle società di Alfredo Romeo, in passato finanziatore legalmente della Fondazione Big Bang di Renzi ma soprattutto in rapporti con un amico di Tiziano Renzi: Carlo Russo.

Martedì 20 dicembre gli investigatori napoletani entrano nella sede Consip a Roma e acquisiscono i documenti sulla mega-gara. Poi sentono l’amministratore Luigi Marroni per chiarirsi un dubbio: prima della loro visita sapeva già dell’indagine tanto da far bonificare gli uffici dalle microspie, trovandole. Messo all’angolo dai pm che lo sentono come persona informata dei fatti, obbligato a dire la verità, nonché consapevole di essere stato ascoltato e pedinato, Marroni fa i nomi di chi gli avrebbe svelato l’esistenza dell’indagine: il presidente della Consip Ferrara, che lo aveva saputo – a suo dire – dal comandante dei carabinieri, Tullio Del Sette; poi il ministro Luca Lotti e il comandante dei carabinieri della Toscana Emanuele Saltalamacchia. Ferrara, sentito a ruota dai pm sminuisce il ruolo di Del Sette ma il comandante finisce comunque indagato con Lotti e Saltalamacchia per favoreggiamento e rivelazione di segreto. Il fascicolo finisce a Roma per competenza. Del Sette, sentito il 23 dicembre con grande cortesia istituzionale dal pm Mario Palazzi, nega. A rendere delicata la fuga di notizie istituzionale è il fatto che il padre dell’allora premier, Tiziano Renzi, pur non essendo indagato, è citato più volte nelle carte dell’indagine di Napoli. Tra i soggetti coinvolti nell’indagine su Romeo e compagni c’è poi un amico dei genitori di Matteo Renzi: l’imprenditore Carlo Russo, 33 anni di Scandicci.

Il Fatto

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