Nuovo Puc a Marano, la questione dei lotti minimi e delle norme di salvaguardia: quello che ancora non si è capito o che non si vuole capire per favorire alcuni interessi

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Sul nuovo PUC di Marano c’è ancora parecchia confusione. E non è soltanto una questione di norme difficili da comprendere: una parte del dibattito sembra ormai condizionata da amicizie, appartenenze politiche e posizioni ideologiche. Ci sono persino alcuni politici che sembrano essersi trasformati in megafoni di tesi confezionate da altri, magari da chi ha interessi — legittimi o meno, questo dovranno dirlo gli atti — rispetto alle scelte urbanistiche del Comune.

E così, davanti a qualsiasi spunto di riflessione, parte immediatamente la campagna ideologica. Non importa cosa dica la norma: basta individuare il nemico e tutto diventa più semplice. È il terreno ideale per gli analfabeti funzionali, quelli che leggono una frase, ne comprendono metà e poi costruiscono sopra una battaglia politica.

Proviamo allora a entrare nel merito.

Il nuovo PUC proposto dalla disciolta giunta Morra presenta innanzitutto un elemento certamente positivo: blocca il consumo di suolo per nuova edilizia privata nelle cosiddette aree di lottizzazione convenzionata, indirizzandole verso strutture sportive e sociali.

Un’altra scelta importante riguarda il centro storico, dove il Piano punta sulla riqualificazione attraverso demolizioni e ricostruzioni, sfruttando le possibilità previste dalla normativa regionale. L’obiettivo è aumentare e recuperare le volumetrie esistenti senza continuare a consumare nuovo territorio.

Ma il vero punto sul quale bisognerebbe discutere seriamente è quello dei lotti minimi.

Se oggi un proprietario possiede, per esempio, mille metri quadrati e il nuovo PUC stabilisce una superficie minima superiore, quei mille metri da soli non consentono di chiedere un permesso di costruire. Sembra tutto molto chiaro.

Il problema arriva subito dopo.

Che cosa succede se quei mille metri vengono accorpati ad altri terreni confinanti?

È qui che il dibattito dovrebbe concentrarsi. Perché un proprietario potrebbe teoricamente acquistare un altro appezzamento limitrofo e raggiungere la superficie minima richiesta. Facciamo l’esempio della zona tra San Rocco e Castel Belvedere, tra l’altro oggetto di verifiche da parte di carabinieri e Dda: mille metri oggi insufficienti potrebbero, attraverso un’operazione di acquisto o accorpamento, diventare una superficie idonea a superare il limite previsto.

E c’è un’altra questione che i tifosi della vecchia giunta sembrano non voler vedere. Alzare il lotto minimo e consentire di raggiungere la soglia attraverso l’accorpamento può finire per favorire soprattutto chi dispone di maggiori risorse economiche: i grandi operatori immobiliari, i “palazzinari” eventualmente nascosti dietro proprietari apparentemente comuni o, più semplicemente, chi ha la possibilità di acquistare più appezzamenti e costruire operazioni immobiliari che il piccolo proprietario difficilmente potrebbe permettersi.

Paradossalmente, una soglia più bassa, come quella dei mille metri, avrebbe potuto consentire a un numero maggiore di piccoli proprietari di esercitare direttamente una possibilità edificatoria, senza essere costretti a entrare in operazioni di aggregazione o acquisizione di altri terreni. Anche questa è una riflessione urbanistica e sociale, non una questione di tifo politico.

Ma evidentemente anche questo sfugge a chi continua a leggere il PUC come una partita tra sostenitori e avversari della vecchia amministrazione.

E allora la domanda diventa inevitabile: il vincolo del lotto minimo è davvero una barriera efficace oppure esistono meccanismi che possono aggirarlo attraverso l’accorpamento delle proprietà?

Questa è una domanda tecnica, non ideologica. Ma evidentemente è proprio questo il problema: alcuni preferiscono non porsela.

Anche perché alcuni terreni sono stati oggetto di attenzione da parte della DDA e dei carabinieri di Marano e, per quanto risulta, il relativo fascicolo è ancora oggetto di attività. Naturalmente questo non significa attribuire responsabilità a qualcuno: un’inchiesta non è una condanna e saranno gli organi competenti, eventualmente, ad accertare fatti e responsabilità.

Poi c’è la questione delle norme di salvaguardia.

L’ufficio tecnico sta portando avanti l’iter del PUC, ma ha precisato che il periodo di salvaguardia sarebbe di tre anni e non di uno. Una differenza enorme, perché significa lasciare aperta una fase molto lunga e, con ogni probabilità, consegnare alla prossima amministrazione una parte importante delle decisioni.

.Nel frattempo, però, i tecnici privati continuano a recarsi negli uffici comunali per capire quali siano le scadenze e quali norme debbano essere applicate. E quando le risposte non sono sufficientemente chiare, il rischio è che l’incertezza venga trasferita direttamente sui cittadini e sugli operatori.

Alla fine, se qualcuno ritiene che l’interpretazione delle norme sia sbagliata, esiste una strada molto semplice: spiegarlo tecnicamente, documenti alla mano. E se nasceranno contenziosi, sarà eventualmente il TAR a stabilire chi ha ragione.

 

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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