Pomigliano d’Arco, otto mesi di silenzio sulle indagini al Comune: lo stallo del Viminale è una ferita alla legalità

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Undici dicembre 2024: la Commissione d’accesso viene nominata a Pomigliano d’Arco, città simbolo del Sud operoso e spesso martoriato da ombre e sospetti. Il compito affidato alla terna prefettizia era chiaro: verificare eventuali infiltrazioni mafiose nell’amministrazione comunale. I tempi, altrettanto chiari: tre mesi di lavoro per consegnare una relazione al Ministero dell’Interno, con possibilità di una proroga di altri tre.

Tre mesi di indagine. Nessuna proroga. E da allora, cinque mesi di silenzio.

Siamo al 5 agosto 2025. Otto mesi dopo la nomina della Commissione, e ancora nessuna decisione è stata presa dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Nessun provvedimento, nessuna dichiarazione pubblica, nessun cenno sull’esito delle indagini. Il nulla. E in questo vuoto si inseriscono interrogativi, ipotesi, pressioni più o meno velate, e un crescente senso di sfiducia da parte dei cittadini nei confronti delle istituzioni.

Non si chiede una decisione affrettata. Si chiede una decisione, punto. O il Comune di Pomigliano d’Arco presenta elementi gravi tali da giustificare lo scioglimento per infiltrazioni, oppure no. Ma non è accettabile che la macchina dello Stato si blocchi, che il Ministero ignori i tempi previsti dalla legge, e che la Prefettura non chieda nemmeno una proroga, lasciando così la questione in un limbo che sa più di calcolo politico che di zelo amministrativo.

Nel frattempo, si fa largo l’idea che l’inerzia possa convenire a tutti: al governo, all’opposizione, alle correnti interne dei partiti locali e nazionali. Lo scioglimento è un atto duro, impopolare, potenzialmente esplosivo in chiave elettorale. Meglio rinviare, temporeggiare, evitare rotture. In attesa che le acque si calmino. O che l’opinione pubblica si distragga.

Eppure, in gioco c’è molto di più di una partita politica. C’è la credibilità delle istituzioni. C’è il rispetto della legalità. C’è la trasparenza di fronte ai cittadini, che hanno diritto di sapere se il loro Comune è libero o se è ostaggio di interessi criminali. E c’è anche il rispetto per il lavoro svolto dalla Commissione, composta da servitori dello Stato che hanno operato con rigore e serietà, e che meritano di vedere il loro lavoro portato a compimento.

Fa riflettere, poi, il silenzio assordante dei media nazionali, troppo impegnati a inseguire i soliti teatrini della politica romana per occuparsi di una vicenda che, invece, è emblematica dello scollamento tra Stato e territori. Solo poche testate locali, come TerraNostraNews, continuano a dare voce alla vicenda, a pungolare le istituzioni, a chiedere risposte.

Ma è proprio da queste piccole realtà che può (e deve) partire un grido di allarme. Perché se la legalità diventa una questione secondaria, se i tempi della politica prevalgono su quelli della giustizia amministrativa, allora davvero si rischia di smarrire la bussola democratica.

Il Viminale ha ancora tempo – poco – per dimostrare di essere dalla parte della legge. Ma ogni giorno che passa senza una decisione su Pomigliano d’Arco è un giorno in cui lo Stato sembra scegliere la strada dell’ambiguità. E in un Paese in cui la criminalità organizzata prospera proprio nei vuoti di potere, questo silenzio non è solo ingiustificabile: è pericoloso.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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