Le elezioni regionali in Campania hanno trasmesso un messaggio più chiaro dei numeri: la maggioranza dei cittadini ha voltato le spalle alla politica. Non parliamo di un calo fisiologico: sei campani su dieci non sono andati a votare. Una diserzione silenziosa che pesa più di qualsiasi risultato di coalizione.
Chi ha votato, nella gran parte dei casi, ha scelto ciò che già conosce: il potere costituito, quel sistema istituzionale e amministrativo che in Campania è tradizionalmente vicino al centrosinistra e che presidia, da decenni, i principali snodi della vita pubblica — sanità, trasporti, enti locali, burocrazia intermedia.
È un blocco solido, organizzato, capace di mobilitare fedeltà e reti di relazioni che restano attive anche quando l’elettorato generale si ritira.
Di fronte a questa struttura, la destra e l’area moderata continuano a presentarsi senza un radicamento reale, senza una rete territoriale capillare, spesso attraversate da divisioni interne e prive di figure riconosciute in grado di parlare a un elettorato più largo.
Dopo la stagione berlusconiana, che aveva offerto un centro gravitario, è rimasto poco: qualche notabile locale, qualche amministratore stimato, ma nessun volto in grado di dettare un’agenda politica o mobilitare un voto di opinione.
La candidatura di Cirielli, prevedibilmente, non ha invertito la tendenza: non scaldava gli indecisi e non parlava ai giovani. Ma il problema è più profondo di un nome: riguarda l’incapacità del centrodestra di proporsi come alternativa culturale e sociale, non solo come alternativa di governo.
Serve di più. Serve un linguaggio nuovo, idee nuove, un’offerta che sappia far tornare alle urne i sei elettori su dieci che oggi non ci credono più. Senza questa spinta, la politica regionale resterà un affare per cerchie ristrette, dove votano solo coloro che hanno interessi, legami, appartenenze consolidate.
E qui arriviamo all’altro grande nodo: chi sta fuori da quel sistema non vede motivi per entrarci.
Non basta criticare la macchina politica campana: occorre costruire una narrazione diversa, un progetto condiviso, volti credibili che non siano la riproposizione di figure che guidano i partiti da trent’anni. Non si sconfigge un sistema di potere semplicemente denunciandolo: serve una forza capace di intercettare speranza, non solo protesta.
Il nuovo Consiglio regionale sarà, inevitabilmente, il riflesso di questo equilibrio: espressione delle aree dove il potere istituzionale è più forte — Napoli centro, il Vesuviano, l’area nord — territori dove le reti politiche ed elettorali e clientelari sono consolidate e difficili da scalfire.
Fra gli eletti non mancano profili discussi, storie politiche lunghe, figure che si portano dietro ombre e non solo.
P.s. Per mezzogiornisti si intendono coloro che hanno il problema del mezzogiorno, ovvero del piatto in tavola…
© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews






















