Gentile dottore, le scrivo per un consiglio in merito al rapporto con mia sorella. Ho una sorella di poco più grande di me, siamo entrambe di circa quarant’anni, sposate e con figli adolescenti che non ci danno particolari problemi. Per far stare insieme i bambini passiamo il tempo libero in gruppo, con i rispettivi mariti, per passeggiate e uscite domenicali, per vacanze e altro: passiamo una vita sostanzialmente in simbiosi. Il punto è che il carattere di mia sorella, particolarmente critico nei miei confronti, sta peggiorando; mi avversa sempre di più, critica le scelte e gli acquisti della mia famiglia, ma a distanza di poco tempo vedo che cerca di imitare il mio stile di vita. Abbiamo ristrutturato casa creando un living cucina-soggiorno, lo ha fatto anche lei; abbiamo scelto il colore ruggine per i divani, li ha comprati dello stesso colore, accusandomi poi di averla imitata e di non avere gusti indipendenti. Persino l’auto nuova appena comprata da mio marito, dopo diverse critiche, è stata poi acquistata anche da loro, accessoriata ancora di più. Sento da parte sua un’invidia così costante e forte, quasi un rancore, la cosa mi fa soffrire anche perché i nostri figli, che osservano tutto, sono ormai entrati in competizione fra loro. Come fare a farle capire che sbaglia e sta provocando un lento allontanamento da parte mia e di mio marito?
Letizia (Arzano)
Non bisogna per forza risalire a Caino e Abele per riconoscere l’invidia come sentimento che può esistere anche tra fratelli e sorelle, oltre che tra amici, colleghi e superiori. L’invidia ha radici antiche nello sviluppo affettivo della persona. Avete mai fatto caso allo sguardo torvo del bambino che osserva il nascituro al seno della mamma? Cosa nasconde quello sguardo intristito, se non l’esclusione dal godimento riservato solo a lui in precedenza? Il bambino avverte una esclusione da ogni campo affettivo della mamma, che a suo dire, in quel momento particolare, non ha attenzioni che per il nuovo arrivato. Questo è quello che si sviluppa nella sua fantasia e per questo manifesta rancore verso tutto il mondo circostante. L’odio e l’aggressività hanno a che fare con l’invidia e la manifestazione da adulti è solo un procrastinarsi di emozioni rimosse in fasi precedenti. L’ invidioso, in genere, non è invidioso dell’oggetto posseduto dall’altro, ma della vita dell’altro, perché è questa che vorrebbe possedere, più che non l’oggetto in sé. Questo è destinato a finire, come ogni altra cosa, e il suo essere desiderato, infatti, finisce nel momento in cui la persona invidiata lo mette da parte. Se è la vita dell’altro a essere desiderata, perché è “vitale”, cosa si propone come progettualità per rendere viva la propria vita? Questa è la domanda di fondo che ci si dovrebbe porre, nel momento in cui si comincia a caratterizzare il tutto sul versante esistenziale, per non rimanere ancorati a quegli aspetti di superficialità che camuffano, attraverso il raggiungimento di facili illusioni e di facili consumi, l’appagamento dei sensi, solo con il tempo percepito in una dimensione transitoria e precaria. Se il proprio desiderio non è desiderio di oggetto, ma di vita, cosa nasconde l’invidia, se non l’angoscia della finitezza della propria esistenza e della vacuità della vita?
Raffaele Virgilio, psicologo e psicoterapeuta
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