Delitto Palumbo, il giallo si avvicina alla svolta? Marano spera di non aggiungere un altro cold case. Tanti gli omicidi ancora avvolti nel mistero

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A ventuno giorni dall’esecuzione di Castrese Palumbo, detto “Svitapierno”, ucciso il 7 marzo in pieno giorno su Corso Europa, a Marano, il giallo appare sempre meno fitto. Gli investigatori lavorano senza sosta e, pur nel massimo riserbo, avrebbero ormai imboccato una traiettoria precisa.

L’agguato – dodici colpi alla testa, esplosi con freddezza e metodo – resta il segno di un’esecuzione pianificata nei minimi dettagli. Ma è sul movente che si concentrano gli sviluppi più rilevanti. Il presunto credito da un milione di euro, di cui la vittima avrebbe parlato con più persone, continua a rappresentare una pista concreta: capire da chi doveva incassare quella cifra potrebbe significare arrivare al cuore del delitto.

Le verifiche su affari (si vocifera anche di business diversi da quelli del mattone), contatti e movimenti, incazzature nei confronti di qualcuno, fatti avvenuti negli ultimi giorni di vita di Palumbo stanno dando riscontri. Anche la fuga dei killer, tra via Casalanno e l’area collinare, resta sotto la lente, con l’ipotesi di un mezzo abbandonato poco dopo l’azione.

Il cerchio si stringe. Ci vorrà ancora tempo per arrivare a nomi e responsabilità, ma non troppo. E soprattutto, non sembra questo il destino di un’indagine destinata a spegnersi.

Marano, però, ha già conosciuto il silenzio dei casi irrisolti. Vicende rimaste sospese, senza colpevoli, che ancora oggi pesano sulla memoria collettiva. Come l’omicidio di Francesco Vasto, “Ciccio ’o Baccalaiuolo”, freddato alla fine degli anni Ottanta. O la scomparsa di Michele Felaco, “Micheluccio Zazzariello”, svanito nel nulla in un classico caso di lupara bianca.

E ancora, l’agguato a Pasquale Liccardo, esponente del clan Nuvoletta, ucciso nel 1988; l’omicidio di Domenico Zannella, “Mimì ’o Lione”, trovato senza vita nella sua auto; e quello di Giovanni Del Prete, detto “Kawasaki”, ritenuto contiguo agli ambienti dei Nuvoletta. E tanti, tanti altri, come Antonio Passaro, ad esempio, freddato in un’autofficina.

Storie diverse, unite dallo stesso destino: verità mai del tutto emerse. È proprio da queste ombre che oggi si distingue il caso Palumbo. Perché, a tre settimane da quel 7 marzo, qualcosa si muove davvero. E questa volta, Marano potrebbe non dover attendere anni per conoscere la verità.

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