Il Comune di Marano ha perso il 73 per cento della palazzina che ospita il Giudice di pace e deve rimborsare i privati per il mancato esproprio. Storia di uno scandalo raccontato per anni

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Alla fine non sono bastati decine di articoli scritti negli anni dal nostro sito e dal quotidiano Il Mattino, a firma del nostro direttore Fernando Bocchetti. Alla fine il Comune di Marano è riuscito nell’impresa: perdere gran parte dell’ufficio del Giudice di Pace di piazzale San Escrivà de Balaguer e dover rimborsare i proprietari del terreno su cui sorse, i signori Guido e Antonio Cavallo, quest’ultimo assistente parlamentare del deputato Andrea Caso. Entrambi non sono mai stati indennizzati dal Comune per l’esproprio che avvenne nel 2007. Già nel 2011 i Cavallo intimarono all’allora presidente della sezione distaccata del tribunale di Napoli di liberare i locali occupati in quel periodo dai giudici ordinari e successivamente dai giudici di Pace per l’ufficio comprensoriale (Marano, Melito, Mugnan, Calvizzano, Qualiano, Giugliano, Villaricca)

La storia è intricata e noi ne abbiamo scritto per anni, in silenzio, senza essere ascoltati. E ora la giunta Visconti, soccombente in giudizio (l’ente è condannato a pagare più di 200 mila euro ai Cavallo ed è rimasto proprietario solo del 27 per cento della palazzina), ha denunciato i fatti alla Corte dei Conti affinché – è scritto negli atti – si individuino i responsabili del danno patito dal municipio. Per realizzare quella struttura il Comune di Marano ottenne fondi regionali da utilizzare per far sorgere un centro per l’impiego e invece il Comune ci fece tutt’altro e perse anche il Centro per l’impiego per mancanza di una sede. L’ente cercò di mettere una pezza un anno e mezzo fa, offrendo 92 mila euro di indennizzo ai Cavallo, che però non accettarono e proseguirono nel loro iter giudiziario. Una vicenda allucinante di cui riferimmo a tanti, politici, commissari, forze di polizia. Nessuno ne ne è mai occupato. Altro che Corte dei Conti: questa vicenda puzza di ben altro.

Ecco alcuni articoli che ricostruiscono la vicenda.

Articolo anno 2018.

Quello che vi stiamo per raccontare (in realtà lo abbiamo fatto anche negli anni scorsi) è uno di quei casi che dovrebbero finire di diritto sulle scrivanie di qualche bravo pubblico ministero o quanto meno di qualche zelante ufficiale dell’Arma o di un dirigente della Polizia di Stato. Senza contare i risvolti in sede di Corte dei Conti e di altri enti e organismi, anche a carattere sovracomunale. Il Comune di Marano, nella giornata di oggi, ha completato le pratiche di esproprio dei terreni su cui oggi è situata la palazzina che ospita il Giudice di Pace. L’ente, dieci anni dopo la realizzazione della struttura, finanziata con fondi regionali, ha quantificato anche l’ammontare degli indennizzi da liquidare ai signori Antonio e Guido Cavallo, proprietari del terreno. L’importo è pari ad oltre 92 mila euro, che saranno sborsati (se i privati accetteranno) dall’Ente e quindi dai contribuenti maranesi.

E’ una storia che ha dell’incredibile. In oltre dieci anni il Comune, nello specifico i dirigenti dell’area tecnica e i sindaci che dal 2007 in avanti si sono succeduti sulla poltrona di primo cittadino, nonché i commissari prefettizi, non avevano mai trovato il tempo e il modo di chiudere l’iter per l’esproprio che, se ultimato negli addietro, avrebbe avuto costi decisamente inferiori.

Nessuno, nonostante gli articoli scritti in quegli anni, le sollecitazioni dei proprietari del fondo, l’avvio di un procedimento giudiziario, aveva mai ritenuto di dover quanto meno espropriare l’area e acquisirla al patrimonio dell’ente, in modo da salvaguardarsi in caso di soccombenza in sede di giudizio civile. I titolare del terreno, infatti, non solo hanno chiesto un indennizzo pari ad oltre 500 mila euro (si attende la sentenza in sede civile) ma anche l’acquisizione del bene sorto sull’area di loro proprietà.

E’ una storia che ha dell’incredibile non solo per l’estrema lentezza da parte degli uffici comunali, una lentezza che costerà caro al comune in pre-dissesto, ma anche per altri aspetti.

Ecco alcuni passaggi. Il cantiere fu avviato nel 2007, grazie a uno stanziamento regionale ed europeo (1 milione e 300 mila euro), ma la palazzina da costruire era destinata ad accogliere gli uffici del Centro per l’impiego dell’hinterland, visto che quello di via Vallesana (chiuso ormai da anni) era ubicato in angusti locali comunali e dichiarato a più riprese a rischio taglio. Il Comune di Marano riuscì ad intercettare i fondi necessari per scongiurare quella chiusura, ma il centro per l’impiego andò via ugualmente. Il motivo? Nella struttura di via San Escrivà de Balaguer fu dirottato dapprima la sezione distaccata del tribunale di Napoli e successivamente l’ufficio del Giudice di Pace.

La palazzina in cui sorge l’attuale ufficio giudiziario di Marano fu costruita senza il preventivo via libera dei privati. Si disse, all’epoca, che c’era una sorta di accordo tra i privati e l’ente, ma si trattava di una bozza di intesa e nulla più. L’iter per l’esproprio non fu mai completato e i privati, legittimamente, lasciarono correre per un po’, prima di rivolgersi alla magistratura e chiedere il risarcimento per il danno patito.

Nel frattempo la palazzina fu ultimata e avvenne anche il trasferimento degli operatori giudiziari. Tra le parti, il Comune e i Cavallo, non fu mai ratificato un atto di esproprio né tanto meno di compravendita. Ora l’ente cittadino, che teme di dover sborsare i 500 mila euro richiesti dai Cavallo, corre ai ripari e in extremis acquisisce il bene al proprio patrimonio comunale, offrendo ai privati poco meno di 100 mila euro. Un’offerta che sarà con ogni probabilità rispedita al mittente. I titolari infatti, puntano ad ottenere molto di più, compreso l’immobile.

Ma c’è dell’altro: la palazzina del giudice di pace – pena la restituzione dei fondi assegnati al Comune – doveva obbligatoriamente ospitare anche i locali del vecchio collocamento, ma così non è stato.

A rimetterci, 100 mila o 500 mila, saranno come sempre i contribuenti di Marano. Si pagherà per la dabbenaggine o per la malafede di qualcuno: tecnici, politici, avvocati e chi più ne ha più ne metta. Sarebbe il caso che qualcuno facesse luce (purtroppo a Marano parliamo solo noi) sulla vicenda, come sarebbe il caso che a pagare fossero coloro (dirigenti e amministratori) che hanno fatto – consapevolmente o involontariamente – lievitare i costi dell’esproprio e dell’indennità di occupazione dei suoli.

Alla Corte dei conti dovrebbero essere quanto meno invitati tutti gli atti. Il dirigente dell’area economica del Comune, Giuseppe Bonino, lo farà? I commissari glielo chiederanno? Ma al di là degli ipotizzati danni erariali, sempre che non sia subentrata la prescrizione, ci sarà qualcuno che indagherà sullo scandalo dei fondi distratti (l’ufficio di collocamento è saltato perché Marano utilizza quei locali per altre necessità) e sul fatto che c’è voluto un decennio per chiudere una pratica di esproprio? Ma soprattutto: qualcuno ha capito che abbiamo perso un centro per l’impiego, trasferito a Giugliano, perché sulla carta non c’era la struttura. Quando invece questa struttura c’era ed era stata pure finanziata da Regione e Unione Europea.

Articolo del 2011.

Il ricorso per lo sgombero della struttura è stato sottoscritto da Antonio e Guido Cavallo, titolari dell’area mai espropriata dal Comune di Marano, ed è già stato notificato al presidente del tribunale di Napoli. “La sezione distaccata del tribunale – recita il documento – sorge su un’area mai espropriata. Il Comune di Marano ha costruito la struttura su terreno di nostra proprietà senza aver ricevuto alcuna preventiva autorizzazione. Gli operatori giudiziari e i responsabili della struttura debbono lasciare immediatamente l’immobile. Il presidente del tribunale di Napoli è invitato ad attivarsi per risarcirci dei danni cagionati dall’occupazione dei luoghi, compresi quelli dovuti al mancato utilizzo degli spazi di nostra proprietà”. La richiesta di risarcimento del danno chiama in causa, per ora indirettamente, anche il Comune di Marano che nel 2007, sfruttando uno stanziamento regionale di 1 milione e 300 mila euro, decise di realizzare una palazzina destinata ad accogliere i locali del Centro per l’impiego ma che in seguito, cioè dopo lo sgombero dell’ex Pretura di via Nuvoletta, venne utilizzata come sede temporanea del tribunale cittadino. A cinque anni dalla realizzazione di quell’immobile non sono stati ancora ratificati né gli atti di esproprio né tanto meno di compravendita. Ma non è tutto. A far discutere c’è un ulteriore elemento: la struttura finita nel mirino di Antonio e Guido Cavallo – pena la restituzione dei fondi regionali assegnati al Comune – deve infatti obbligatoriamente accogliere anche i locali del vecchio collocamento, a tutt’oggi ubicati negli angusti edifici di via Vallesana per i quali il Comune ha versato e versa (ancora per qualche mese) un cospicuo canone mensile. 

Articolo del 2012.

Finisce in parlamento il caso della paventata chiusura del tribunale e del Giudice di pace. Dopo le proteste delle associazioni forensi del territorio, impegnate in un fronte comune contro il piano varato dal ministero della Giustizia, alla Camera arriva l’interrogazione dell’Italia dei valori. Sulla necessità di riconsiderare il caso Marano (il Comune ha già investito 3milioni e 500mila euro per il potenziamento delle strutture giudiziarie) se ne discuterà nei prossimi giorni, ma intanto sulla sezione distaccata del tribunale di Napoli si è abbattuta l’ennesima tegola: la palazzina di via san Escrivà de Balaguer, quella che da circa due anni ospita gli uffici della sezione distaccata del tribunale di Napoli, è ufficialmente sotto sfratto. Il ricorso per lo sgombero della struttura è stato sottoscritto da Antonio e Guido Cavallo, titolari dell’area mai espropriata dal Comune di Marano, ed è già stato notificato al presidente del tribunale di Napoli. “La sezione distaccata del tribunale – recita il documento – sorge su un’area mai espropriata. Il Comune di Marano ha costruito la struttura su terreno di nostra proprietà senza aver ricevuto alcuna preventiva autorizzazione. Gli operatori giudiziari e i responsabili della struttura debbono lasciare immediatamente l’immobile. Il presidente del tribunale di Napoli è invitato ad attivarsi per risarcirci dei danni cagionati dall’occupazione dei luoghi, compresi quelli dovuti al mancato utilizzo degli spazi di nostra proprietà”. La richiesta di risarcimento del danno chiama in causa, per ora indirettamente, anche il Comune di Marano che nel 2007, sfruttando uno stanziamento regionale di 1milione e 300mila euro, decise di realizzare una palazzina destinata ad accogliere i locali del Centro per l’impiego ma che in seguito, cioè dopo lo sgombero dell’ex Pretura di via Nuvoletta, venne utilizzata come sede temporanea del tribunale cittadino. A cinque anni dalla realizzazione di quell’immobile non sono stati ancora ratificati né gli atti di esproprio né tantomeno di compravendita. Ma non è tutto. A far discutere c’è un ulteriore elemento: la struttura finita nel mirino di Antonio e Guido Cavallo – pena la restituzione dei fondi regionali assegnati al Comune – deve infatti obbligatoriamente accogliere anche i locali del vecchio collocamento, a tutt’oggi ubicati negli angusti edifici di via Vallesana per i quali il Comune ha versato e versa (ancora per qualche mese) un cospicuo canone mensile. 

Articolo anno 2011.
Era stata realizzata nel 2007 grazie a uno stanziamento regionale, destinata in un primo momento ad accogliere la sede del nuovo Centro per l’impiego ma poi utilizzata come sede del tribunale cittadino. Una palazzina in cui, ultimati gli interventi di ripristino del vecchio Palazzo di giustizia, dichiarato inagibile nel 2009 dai vigili del fuoco, il Comune intende trasferirvi anche gli uffici del giudice di pace, attualmente ubicati in un’angusta sede di via Cesina. La proposta è stata lanciata nei giorni scorsi dal sindaco Perrotta, ma il progetto potrebbe incontrare non poche resistenze. La palazzina ubicata via San Josèmaria Escrivà de Balaguer, sorta sulla scorta di un finanziamento (fondi Por 2000-2006, per un importo pari a 1milione e 300mila euro) volto alla realizzazione di un centro per l’impiego, è stata costruita su un’area formalmente intestata a un privato cittadino. Non risultano in tal senso – a tre anni dalla realizzazione dell’importante struttura pubblica –  nè atti di compravendita nè tantomeno di esproprio. Una bozza di convenzione tra le parti era stata preparata dai tecnici del Comune, ma l’iter burocratico che avrebbe dovuto portare alla conclusione dell’accordo si è interrotto nel 2008. Il patto, in pratica, non è mai stato stipulato e oggi il legittimo titolare dell’area avrebbe pieno diritto a richiedere la restituzione del terreno nonchè un cospicuo risarcimento per il danno subito. Ma non è tutto. A far discutere infatti è un ulteriore elemento: la palazzina deve – pena la restituzione dei fondi assegnati al Comune – obbligatoriamente ospitare anche i locali del vecchio collocamento. La vicenda parte da lontano. Nell’autunno del 2007 iniziarono nell’area i lavori per la realizzazione del nuovo Centro per l’impiego, un progetto ultimato in tempi record e grazie a uno stanziamento regionale. La struttura venne completata nell’arco di qualche mese, ma l’amministrazione Perrotta – anche in considerazione della vastità degli spazi ricavati e per ridurre le spese derivanti dai fitti passivi – anzichè trasferirvi gli uffici del vecchio collocamento decise di adibirla anche a sede del comparto tecnico comunale. Per il completamento dell’opera, inizialmente prevista su tre livelli, fu necessario approvare anche una variante progettuale. Nella primavera del 2009, poi, un nuovo colpo di scena, complice la chiusura del Palazzo di Giustizia di via Nuvoletta. Nella sede, originariamente destinata ad ospitare il Centro per l’impiego, vi finirono infatti gli uffici del tribunale cittadino. Ma qualcosa non va, anzi, più di qualcosa. La nuova sede, infatti, non è a norma: mancano le scale d’emergenza, così come le gabbie per le udienze penali e tutta una serie di requisiti in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro. Da qui le reiterate sollecitazioni dei vertici della magistratura napoletana, la successiva decisione di trasferire a Napoli gli uffici del settore penale, in attesa della conclusione dei lavori disposti dal Comune e del completamento dell’iter finalizzato al recupero del vecchio palazzo di Giustizia, le aspre polemiche scoppiate in Consiglio comunale”.
© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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