Era il 2 febbraio del 1990 quando – come ricorda Repubblica in una affollata via di Roma, Enrico De Pedis, meglio noto come Renatino, venne freddato da un colpo di pistola sparato da uno dei suoi, uno a cui aveva negato la stecca dei suoi guadagni “perché io ho una cosa che voi non avrete mai: questa” ammoniva il resto della banda picchiando con l’indice la sua testa.
E in effetti quell’elegante e curato boss, vestito di tutto punto, diventato il Dandy nella serie Romanzo Criminale, quanto a intelligenza criminale aveva una marcia in più rispetto alla Banda. Fu il primo a capire, ed è per questo che mollò tutti e proseguì da solo, che invece di bruciarsi i soldi in cocaina e gioco d’azzardo (non fumava, non usava droghe e non beveva) conveniva reinvestirli nel mattone, in business a lungo termine che gli avrebbero garantito tonnellate di banconote.
Monsignor Piero Vergari giustificò quella sepoltura ricordando il De Pedis benefattore, quello che agli indigenti che frequentavano quella basilica regalò denaro a fiumi. Il suo sarcofago e il suo soprannome incastonato tra zaffiri nel 2013 lasciarono la cripta di Sant’Apollinare per sbarcare al cimitero di Prima Porta.
Questo solo dopo la polemica nata a seguito della riapertura della tomba perché sospettata di contenere, oltre al suo, anche lo scheletro della povera Emanuela Orlandi. Nulla venne ritrovato della giovane scomparsa e nulla confermò intrecci che la ex donna del Dandy, Debora Mainardi, aveva raccontato sul coinvolgimento di Renatino in quel rapimento.
Così il trasteverino a capo della fazione testaccina della Banda, a parte finire in un campo santo senza la sacralità della chiesa, ne uscì pulito anche dalla vicenda Orlandi e quel mistero giace sepolto chissà dove.
Mentre lui e il suo nome, a 30 anni precisi dalla sua morte, entrano ancora prepotenti negli scenari malavitosi di protagonisti dell’attualità come Carminati o Diabolik.
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