La riforma della legge elettorale rischia di trasformarsi in un delicato banco di prova per la maggioranza. Secondo una ricostruzione di Repubblica, Giorgia Meloni avrebbe fatto sapere agli alleati che, in caso di bocciatura del provvedimento, potrebbe aprire una crisi di governo e valutare la strada delle elezioni anticipate.
Si tratta di uno scenario politico, non di una decisione già assunta. Il passaggio più delicato sarebbe quello conclusivo alla Camera, dove il voto segreto potrebbe lasciare spazio a defezioni difficili da individuare.
Il nodo del voto segreto
È proprio il possibile ricorso al voto segreto a preoccupare maggiormente Palazzo Chigi. All’interno di Forza Italia e Lega potrebbero infatti esserci parlamentari contrari alla riforma pronti a esprimersi contro il testo senza rendere pubblica la propria posizione.
Anche l’eventuale ricorso alla questione di fiducia non eliminerebbe il problema del voto finale. L’avvertimento attribuito alla premier avrebbe quindi l’obiettivo di compattare la maggioranza e scoraggiare eventuali franchi tiratori.
Un altro punto di tensione riguarda il ritorno delle preferenze, che potrebbe avere conseguenze rilevanti anche sulla competizione interna ai partiti e sulla scelta dei futuri candidati.
I numeri della maggioranza
I calcoli parlamentari contribuiscono ad alimentare le preoccupazioni. La ricostruzione considera 52 deputati di Forza Italia, 57 della Lega e 8 di Noi Moderati: complessivamente 117 parlamentari.
A questi potrebbero sommarsi eventuali dissidenti di Fratelli d’Italia. In questo quadro, una trentina di voti contrari potrebbe diventare sufficiente a mettere in discussione l’approvazione della riforma.
L’ipotesi di un coordinamento tra possibili contrari resta, però, tutta da dimostrare.
E anche in caso di crisi, il ritorno immediato alle urne non sarebbe una conseguenza automatica. La decisione sullo scioglimento delle Camere appartiene infatti al presidente della Repubblica, che deve consultare i presidenti dei due rami del Parlamento.
Addio al ballottaggio
Sul contenuto della nuova legge elettorale, il centrodestra sembra intanto orientato a superare il sistema del doppio turno.
Gli alleati avrebbero raggiunto un’intesa politica sul suo accantonamento e si attende il ritiro dell’emendamento presentato da Marcello Pera per formalizzare il nuovo assetto.
A spingere in questa direzione ci sono anche le valutazioni della Lega. Il timore è che un primo turno senza il meccanismo del voto utile possa favorire Roberto Vannacci e modificare gli equilibri all’interno dell’area di centrodestra.
Resta inoltre la questione della diversa distribuzione dei consensi tra Camera e Senato, che potrebbe produrre risultati differenti nei due rami del Parlamento.
Premio di maggioranza: soglia al 41 per cento?
Con il ballottaggio ormai destinato a uscire dal progetto, il confronto si sposta sulla soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza.
Una delle ipotesi sul tavolo prevede di abbassare dal 42 al 41 per cento il limite per accedere al premio. La proposta è contenuta in un emendamento di Paola Ambrogio.
La soglia, secondo quanto riferito nel dibattito interno alla maggioranza, era stata inizialmente immaginata ancora più bassa, al 40 per cento.
Il tema non è marginale: al raggiungimento della percentuale sarebbe collegata l’assegnazione di un premio fisso pari complessivamente a 105 seggi.
Forza Italia mantiene invece un atteggiamento più cauto. Stefania Craxi avrebbe affrontato il tema con i senatori impegnati nella commissione Affari costituzionali.
Il peso delle liste sotto il 3 per cento
Un altro capitolo della trattativa riguarda il modo in cui calcolare i voti delle formazioni che non raggiungono la soglia di sbarramento.
La proposta prevede che i voti delle liste sotto il 3 per cento non vengano considerati nel calcolo, fatta eccezione per quelli della lista più votata tra le formazioni della coalizione rimaste al di sotto della soglia.
La cancellazione di questa disposizione è una delle richieste avanzate dagli alleati e potrebbe trovare il sostegno anche di Forza Italia.
I sindaci e le candidature alle Politiche
Nel confronto entra anche la posizione dei sindaci che potrebbero essere candidati alle elezioni politiche.
FdI propone di modificare le regole sulle dimissioni dei primi cittadini, consentendo loro di lasciare l’incarico nel momento in cui accettano formalmente la candidatura alle Politiche, senza doverlo fare con l’anticipo attualmente previsto.
Tra i nomi che potrebbero essere interessati dalla modifica figura quello di Pierluigi Biondi, sindaco dell’Aquila.
Nel frattempo, l’esame parlamentare procede con tempi tutt’altro che semplici. La commissione non dovrebbe completare il lavoro con un mandato al relatore e il testo potrebbe quindi approdare direttamente in Aula. Gli emendamenti dovrebbero essere ripresentati e votati durante l’estate.
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