Lettere al direttore. Gagliardi: “Democrazia e paradossi, il caso Di Fenza e il diritto di candidarsi oltre lo sdegno”

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Carissimi amici, viviamo in un Paese democratico, fondato sul principio tanto nobile quanto fragile della rappresentanza popolare. E proprio in nome di questo principio, anche ciò che appare grottesco, come l’ingresso nella scena politica di alcuni personaggi provenienti dal mondo dei social network, non può che essere accolto con la consapevolezza che la democrazia implica, per sua stessa essenza, la possibilità del paradosso. Chi oggi si indigna dinanzi a certe candidature eccentriche dovrebbe forse tornare a riflettere su un passaggio storico fondamentale della nostra Repubblica: il 1993, l’anno in cui la Prima Repubblica, logorata e travolta da Tangentopoli, lasciò il posto a una nuova stagione politica. In quell’anno, Mino Martinazzoli ultimo segretario della Democrazia Cristiana pronunciò parole che rimangono ancora oggi di bruciante attualità: “La politica non ha più il primato. Non dobbiamo pensare al ritorno della politica, ma al nostro ritorno al futuro.” In quella dichiarazione si percepiva già l’inizio della trasformazione della politica da dimensione collettiva a strumento individuale. La “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, nel 1994, sancì questo passaggio: la figura del leader divenne centrale, i partiti si fecero comitati elettorali, e la comunicazione prese il posto dell’ideologia. È da quel momento che la politica ha cessato di essere “visione” per divenire “presenza”. Oggi raccogliamo il frutto di quella lunga parabola. La partecipazione diretta, favorita anche dai mezzi digitali, ha abbattuto le soglie culturali e simboliche che un tempo regolavano l’accesso alla sfera pubblica. Ma è giusto chiedersi: questa amplificazione della partecipazione è davvero sempre un bene? La democrazia ateniese, alla quale spesso ci si richiama in modo semplicistico, non era affatto una democrazia universale. L’accesso al voto era riservato ai cittadini maschi, liberi, adulti e in possesso di una determinata educazione. Gli esclusi non lo erano per pregiudizio, ma perché si riteneva che senza una certa formazione culturale e morale, il cittadino non potesse contribuire al bene della polis. Eppure, nel nostro ordinamento contemporaneo, vige un principio imprescindibile: ogni cittadino ha diritto di elettorato attivo e passivo. Vale a dire: chiunque può votare e chiunque può essere votato. È un fondamento che non si discute, perché discutendolo, si incrinerebbe l’intero edificio della democrazia. Pertanto, tra indignazione e accettazione, non c’è che una sola verità possibile: la democrazia è anche questo. Essa non seleziona in partenza, non giudica il merito prima della prova. Offre a tutti, indiscriminatamente, la possibilità di candidarsi. Ma poi spetta ai cittadini, sovrani nel voto, distinguere, scegliere, discernere. In conclusione, indignarsi è umano, ma in democrazia non è sufficiente. È nel voto consapevole, non nello sdegno sterile, che si misura la maturità di un popolo. dammi un titolo.

Pietro Gagliardi

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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