La prostituzione ci distoglieva dalla preghiera». È con questa giustificazione che Ridha Rahmouni, ventiseienne tunisino, ha provato a spiegare ai carabinieri l’omicidio di Luigi «Luca» Esposito, il giornalista sportivo di cinquantatré anni ucciso e dato alle fiamme nella notte tra il 18 e il 19 luglio a Eboli.
Secondo la ricostruzione dell’indagato, Esposito cercava di avere con lui e con altri giovani nordafricani della zona incontri sessuali a pagamento. Una situazione che, nella visione del ragazzo — musulmano praticante —, spingeva i connazionali in stato di necessità a commettere «atti impuri» allontanandoli dalla fede. Cade così il riserbo sul movente del delitto, inizialmente secretato dalla Procura.
L’inchiesta guidata dal pm Alessandro Di Vico poggia su un quadro indiziario estremamente solido. Le celle telefoniche collocano infatti i cellulari della vittima e dell’indagato nello stesso quadrante di località Cioffi, proprio dove sono stati rinvenuti l’auto e il corpo semi-carbonizzato, con un’improvvisa cessazione dei contatti subito dopo l’ora del delitto. A confermare l’incontro ci sono poi le immagini della videosorveglianza — che mostrano la Lancia Y della vittima affiancata da un uomo in bicicletta — e le impronte digitali di Rahmouni isolate dagli investigatori direttamente sul portabagagli della vettura. Perquisendo il covo del ventiseienne, i militari hanno infine recuperato gli effetti personali del giornalista, inclusi il telefono e la carta di credito, sulla quale tuttavia non risultano transazioni.
Sulla scena del crimine sono stati rinvenuti anche contraccettivi e oli per massaggi, dettagli che confermano la natura di un appuntamento intimo e riservato. Un amico di Esposito ha descritto la vittima come una persona che usava il matrimonio come una sorta di copertura per un’omosessualità mai dichiarata.
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