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Marano si sveglia anche oggi con la stessa fotografia di sempre: strade dissestate, piazze sporche, servizi carenti. Nel centro storico come in altri punti nevralgici della città. E Piazza della Pace, che dovrebbe essere il cuore pulsante della comunità, simbolo di incontro e identità, è ormai l’emblema di un declino che non fa più notizia.
Da dieci anni le denunce si susseguono. Buche che diventano voragini, emergenze idriche cicliche, abusi tollerati, traffico fuori controllo, strutture pubbliche abbandonate, cimiteri in condizioni indecorose e loculi mai consegnati, uno stadio chiuso da 5 anni e tanto altro. Un elenco che sembra non finire mai e che racconta una crisi amministrativa e civica prima ancora che urbana.
Per anni chi ha sollevato il problema è stato accusato di esagerare, di strumentalizzare, di “remare contro”. Intanto, pezzi di territorio venivano lasciati a se stessi. Oggi, improvvisamente, si moltiplicano gli appelli: “Dobbiamo fare qualcosa”. Ma cosa, esattamente?
La verità è scomoda. Non può esserci cambiamento se, a ogni tornata elettorale, si continua a scegliere gli stessi volti, le stesse logiche, gli stessi equilibri di potere. Parentele, compari, amicizie, fedeltà personali: un sistema che si autoalimenta e che poi si finge stupito davanti al degrado.
C’è chi oggi invoca rivoluzioni, chi si scopre paladino dell’ultima ora. Figure spuntate dal nulla, già affacciatesi in passato, ora pronte a guidare una ribellione generica e senza bersaglio. Ma contro chi? Contro i commissari straordinari insediati da pochi mesi, destinati a restare per un periodo limitato e che nemmeno hanno avuto il tempo di conoscere e che forse mai conosceranno fino in fondo le dinamiche del territorio?
La rivoluzione, se davvero la si vuole, non è uno slogan. Non è una diretta social né un proclama indignato. È un’assunzione collettiva di responsabilità. È una rivoluzione interiore, delle coscienze prima ancora che delle istituzioni. Significa smettere di accettare il compromesso come normalità, di votare per appartenenza e non per competenza, di tollerare il degrado finché non tocca il proprio portone.
Marano non ha bisogno di salvatori improvvisati. Ha bisogno di cittadini coerenti, di memoria lunga e di scelte coraggiose. Perché Piazza della Pace non tornerà a essere un luogo simbolo finché la pace con il degrado continueremo a farla dentro di noi.


