Nel suo nuovo libro La sfida, da oggi in libreria per i tipi di Piemme, Vincenzo De Luca traccia un quadro cupo ma realistico della situazione politica italiana e internazionale. Al centro della riflessione c’è la crisi della democrazia rappresentativa, che, secondo il presidente della Regione Campania, avrebbe ormai esaurito il proprio ciclo storico. Il suffragio universale si è trasformato in un voto di minoranza, mentre milioni di cittadini non considerano più indispensabile il sistema democratico. Di fronte a una pubblica amministrazione inefficiente e rallentata da una burocrazia paralizzante, De Luca invoca svolte radicali. In mancanza di decisioni forti, avverte, prevarranno nuove forme di autoritarismo.
Il libro si sofferma anche sull’impatto globale dell’ascesa di Donald Trump, figura che avrebbe contribuito a minare gli equilibri internazionali e a proporre un modello decisionale in cui la democrazia, con le sue regole e vincoli, è vista come un ostacolo. Per De Luca, si tratta di una realtà pericolosa che non può essere ignorata o sottovalutata.
Ampio spazio è dedicato alla crisi interna del Partito Democratico, un partito che, a suo dire, ha smarrito la propria identità originaria. Nato per essere forza dei territori e delle autonomie, oggi il Pd appare privo di radicamento e lontano dalla società reale. Si è rifugiato in un centralismo burocratico e in un correntismo sterile, perdendo il contatto con mondi fondamentali come quello cattolico, sindacale, artigiano, commerciale e delle partite IVA. Per uscire da questa crisi, secondo De Luca, serve un progetto riformista moderno, capace di parlare alla maggioranza degli italiani e non solo al proprio bacino elettorale tradizionale.
Critiche dure anche al governo in carica, accusato di attaccare la magistratura. Ma De Luca non nega la necessità di una seria riforma della giustizia. Occorre, a suo parere, difendere con forza l’autonomia della magistratura, ma allo stesso tempo affermare due principi imprescindibili: nessun potere può essere esente da responsabilità, e la libertà e dignità della persona devono restare al centro dello Stato di diritto. In quest’ottica, denuncia come intollerabile il ricorso eccessivo alla carcerazione preventiva, definendolo un elemento degenerativo del sistema.
Non mancano, infine, le polemiche legate alla nomina di suo figlio, Piero De Luca, come segretario del Pd campano, avvenuta in accordo con la segretaria nazionale Elly Schlein. De Luca risponde con durezza alle accuse di nepotismo: “Non vorrete mica addossare a Piero il crollo della partecipazione democratica nei Paesi occidentali?”, dice, stigmatizzando il clima di volgarità e pregiudizio che colpisce chi porta il suo cognome. Rivendica la competenza e il percorso indipendente del figlio, che ha lavorato per anni alla Corte di Giustizia di Lussemburgo, vinto un concorso come docente universitario e pubblicato libri sul diritto comunitario.
Infine, un affondo contro i “cacicchi del Pd romano”: figure prive di radicamento territoriale, senza seguito né voti, che vivono da anni nelle stanze del potere nazionale senza passare mai dal confronto con il consenso popolare. Secondo De Luca, sono proprio questi apparati autoreferenziali a ostacolare il rinnovamento reale del partito.





























