La vicenda degli scioglimenti dei Comuni di Marano, Giugliano e Pomigliano ha ormai assunto i contorni di una barzelletta amara, con tratti decisamente tragicomici. Il Consiglio dei ministri, convocato ieri, ancora una volta non ha deciso. Eppure una decisione va presa, in un senso o nell’altro.
I dossier sono pronti da tempo. Pomigliano attende da circa cinque mesi, Marano e Giugliano da quasi tre. Ma tutto resta sospeso. La sensazione è che sul ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, gravino pressioni trasversali, non solo da ambienti della sinistra ma anche da settori del centrodestra che, per ragioni politiche o personali, preferirebbero evitare la caduta di giunte a guida progressista. Una dinamica che, in pieno stile napoletano, lascia emergere un’anomalia difficile da ignorare.
La posizione del ministro è nota: Piantedosi non crede nella legge che regola gli scioglimenti degli enti per infiltrazioni mafiose, come già emerso nel caso Bari. Ma la legge, al momento, esiste e va applicata. E invece si assiste a un balletto di valutazioni che nulla hanno di tecnico o giuridico, ma molto di politico.
Nel frattempo, i commissari che hanno firmato le relazioni sono stati convocati – nelle scorse settimane – a Roma per chiarimenti supplementari, ad indagini e dossier già chiusi da tempo. Un’inusuale attenzione ai dettagli, nonostante i pareri del prefetto di Napoli, che sembra stridere con la fretta con cui, al contrario, le commissioni hanno dovuto concludere le loro indagini: solo tre mesi di tempo, senza la proroga dei sei mesi spesso concessa.
Tanta fretta per chiudere le istruttorie, tanta lentezza nel decidere. È questo il paradosso che tiene ostaggio tre Comuni importanti della provincia di Napoli, mentre tutto ruota intorno a una scelta che, con ogni evidenza, ha perso qualsiasi parvenza di neutralità tecnico-amministrativa. E si è trasformata nell’ennesimo nodo politico irrisolto.
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