Prima la pestano, poi per ricordarsi della sua faccia, la filmano; il caso della studentessa di Marano
Prima la pestano, poi la filmano, per ricordarsi di lei, per marchiarla, per divertirsi.
Una ragazza di Marano, accerchiata, umiliata, massacrata da quelle persone che a scuola vengono chiamate “compagne” e che fuori si rivelano compagnie pseudo-criminali.
L’hanno attirata fuori casa con una scusa, citofonando e convincendola a scendere. Appena arrivata, è scattata la “punizione”, senza un motivo chiaro: una ragazza l’ha afferrata per i capelli e l’ha colpita con pugni e calci, in pieno volto e all’addome.
Dopo l’aggressione, la vittima è stata portata in ospedale, dove i medici hanno riscontrato contusioni ed escoriazioni.
Basta uno sguardo sbagliato, un’ombra di equivoco, il nulla per scatenare l’inferno.
E il sangue cola. Non solo sulla pelle.
Poi il video. Si sa che per ferire non basta più picchiare, bisogna immortalare: per ridere insieme, per condividere, per fare views su un dolore che, fin quando era “solo” fisico, forse si poteva cancellare.
Ma la ferita resta, incisa nella pelle e nell’anima di chi lo subisce.
Una violenza che non è più solo bullismo, ma una vera e propria forma di criminalità.
Salvo Di Noto
In un atto di pura crudeltà e vigliaccheria, un gruppo di adolescenti ha teso un agguato premeditato a una loro compagna di scuola, colpendola con violenza mentre altri, invece di fermare la follia, riprendevano la scena con i loro telefoni, trasformando il dolore e l’umiliazione della vittima in uno spettacolo da diffondere. Questo non è un semplice atto di bullismo, né una bravata tra ragazzi: è un’aggressione brutale, un atto di sopraffazione che annienta la dignità e lascia ferite profonde non solo sul corpo, ma soprattutto nell’anima. È il riflesso di una società sempre più priva di empatia, in cui il divertimento passa attraverso l’umiliazione altrui, dove la violenza viene normalizzata e dove chi dovrebbe proteggere troppo spesso resta in silenzio. Ma il silenzio è complicità, e ogni complicità alimenta la prossima vittima. È ora di dire basta, di schierarsi senza esitazione dalla parte della giustizia, di insegnare ai nostri figli il valore del rispetto e del coraggio di denunciare, perché solo spezzando questo ciclo di violenza possiamo sperare in un futuro più umano e giusto.” A dichiararlo è Salvatore Mautone, giovane attivo nel sociale e presidente dell’associazione, da sempre in prima linea nella lotta contro il bullismo e ogni forma di violenza giovanile.