
Il clima è caldissimo. Ma il governo di Giorgia Meloni sembra intenzionato a tirare dritto, andando oltre le misure presentate il 15 giugno, come l’eliminazione del reato di abuso d’ufficio o la riforma delle intercettazioni. Innanzitutto, il caso Santanchè ha sollevato ancora una volta il tema della riservatezza dell’indagato. Nella riforma Nordio è «espressamente sancito il divieto di pubblicazione dell’informazione di garanzia finché non siano concluse le indagini preliminari». Ma al vaglio ci sono anche altri possibili interventi, al fine di evitare che ci vogliano mesi per un avviso di garanzia, con il rischio di scoprire un’indagine a proprio carico dai giornali (come nel caso Santanchè).
Il caso Delmastro, invece, «dimostra l’irrazionalità del nostro sistema» con l’imputazione coatta disposta dal gip dopo che il pubblico ministero, terminate le indagini, aveva chiesto l’archiviazione del sottosegretario. Secondo via Arenula, il pm – cioè il titolare dell’azione penale – «non può essere smentito da un giudice sulla base di elementi cui l’accusatore stesso non crede». Una riforma che peraltro sarebbe coerente con un’altra modifica al vaglio, volta a eliminare la possibilità per l’accusa di ricorrere in appello dopo l’assoluzione dell’imputato (salvo che per i reati più gravi). Riaprire la riforma della giustizia (che sta per approdare al Senato dopo varie nella maggioranza) non è tuttavia in progetto, almeno per ora. Quello che si valuta invece è un eventuale “secondo tempo”, dove far confluire altre misure.
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