Mario Draghi ne ha «le tasche piene», come ha confidato a Tajani durante una conversazione in cui lo avvisava che sulla riforma della Concorrenza non avrebbe accettato modifiche alle norme sui tassisti.
Era chiaro che il colloquio sarebbe virato sulle vicende politiche. E quando il dirigente azzurro lo ha avvertito che Berlusconi non sarebbe rimasto a guardare l’opera di logoramento del M5S sul governo, Draghi l’ha interrotto: «Non lo consentirò. Non permetterò che questa situazione si trascini a lungo. E se non si comporrà, sarò io a salire al Quirinale». L’incontro informale di ieri con il capo dello Stato potrebbe precederne un altro, di tenore diverso, se il Movimento decidesse giovedì al Senato di non partecipare al voto di fiducia sul dl Aiuti. Nel corso della giornata i vertici del Pd — da Letta a Franceschini — hanno provato a dissuadere Conte. Ma a Palazzo Madama il gruppo grillino è composto per larga parte dagli irriducibili, e il leader Cinquestelle non ha la forza per imporre il contrordine.
È singolare che nel giorno in cui Conte radicalizza lo scontro con palazzo Chigi, un suo uomo di governo si adoperi a fare il pompiere. In realtà persino il leader di M5S cerca di derubricare la faccenda, sostenendo che l’affondo sul dl Aiuti «era stato anticipato». È la testimonianza di come il Movimento si ritrovi vittima delle sue stesse macchinazioni. Se il capogruppo azzurro ha poi formalizzato in Aula la richiesta di una «verifica», nonostante le ritrosie del Carroccio, è perché FI prova a cercare la via delle urne: per cogliere d’infilata il Pd, soffocare nella culla le operazioni al centro e impedire che si apra una trattativa sulla legge elettorale. Ma anche in Forza Italia il primo a fare professione di realismo è Berlusconi, convinto che «lo spazio per il voto non c’è. Mattarella non ce lo concederebbe».


























