Caro dottore, le scrivo sperando che possa aiutarmi a risolvere il mio dramma di coppia. Ho scoperto che mio marito ha intrapreso una sorta di “relazione” a distanza con una donna conosciuta in chat, che sembra essere l’unico suo costante pensiero. Nella comunicazione vedo che si scende sempre più in una intimità che mi aspetterei fosse esclusivamente vissuta con me. Sono spaventata e amareggiata, ma non ho il coraggio di parlarne con mio marito, anche perché dovrei ammettere che lo sto spiando e non me lo perdonerebbe. Mi sento trascurata e non comprendo perché un uomo possa rivolgere le sue attenzioni ad una persona estranea, mostrando una dimensione interiore che non conosco.
Emilia (Frattamaggiore)
Quanto di “reale” troviamo negli amori virtuali? Un reale che va cercato nella propria identità di persona, normalmente protesa al contatto diretto che solo la fisicità può dare, attraverso uno sguardo, un sorriso, un atteggiamento, una smorfia, una stretta di mano. Eludere quindi l’incontro, che rappresenta sempre una possibilità sul piano esistenziale, mette in evidenza tante cose di se stessi, a partire dal senso di precarietà che si vive nella propria dimensione affettiva, dove è l’amore vero a spaventare, a destabilizzare, e a mettere in fuga, rifugiandosi nell’etere. L’amore va pensato, immaginato, voluto, coltivato, sensorializzato, e anche scheggiato nell’immagine, quando è il malumore a venire fuori; ben diverso da quello che si può vivere attraverso un click, destinato a rimanere fermo, in maniera perpetua, sempre alla fase dell’idealizzazione. Non è nascondendosi nell’anonimato, che si può accedere alla relazione; essa invece presuppone il proprio riconoscimento, che nella sua genesi ha una origine molto più arcaica, nella storia della persona. Un sano processo di riconoscimento non porta la persona a nascondersi dietro uno schermo per dichiarare i propri sentimenti, che vissuti in maniera trasparente vanno gridati al mondo, con lo stesso grido di quando si nasce e c’è qualcuno pronto ad accoglierci, facendoci sentire di stare lì per noi, a dare un senso a quell’urlo che altrimenti si perderebbe nello spazio informe e senza senso del vacuo che ci circonda.
Raffaele Virgilio, psicologo e psicoterapeuta
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