Nel panorama frastagliato del Partito Democratico, dove la retorica del rinnovamento spesso inciampa sui bastioni del potere consolidato, Sandro Ruotolo si è ritagliato un ruolo peculiare: quello del moralista disarmato, voce di coscienza più che attore politico, fustigatore del sistema più che stratega del cambiamento.
La sua battaglia contro il governatore Vincenzo De Luca e, più simbolicamente, contro ciò che De Luca rappresenta — un sistema di potere territoriale radicato, paternalistico e spesso impermeabile alla linea nazionale del partito — si è conclusa con una sconfitta netta. Non tanto perché il figlio di De Luca è stato eletto segretario regionale del Pd campano, quanto perché il tentativo di Ruotolo di condizionare i rapporti di forza interni si è rivelato velleitario, privo di appigli politici solidi e incapace di costruire un consenso reale.
Ruotolo ha portato avanti il confronto come fosse una campagna civile più che politica, confidando nel peso morale delle sue parole più che nella forza dei numeri, dei legami e delle alleanze. Ma la politica, come ben sa chi la pratica da anni, è un mestiere fatto anche di geometrie, non solo di indignazione. E quando si gioca sul campo di un governatore rieletto con percentuali bulgare, come De Luca, è ingenuo pensare che basti evocare la questione morale per spostare gli equilibri.
La reazione volgare e sproporzionata di De Luca — che ha definito Ruotolo un “cafone” e un “imbecille” — è inaccettabile nei toni, ma fotografa bene il clima. In Campania, come in molte regioni d’Italia, il potere si gestisce con logiche che spesso travalicano il recinto del partito e affondano nella società, nel voto di scambio simbolico e nelle reti di fedeltà. In questo contesto, l’approccio etico di Ruotolo risulta sterile, quasi un anacronismo.
C’è poi una questione di legittimità politica: Ruotolo è entrato nel Pd da poco, catapultato nella segreteria nazionale da Elly Schlein con un incarico delicato (comunicazione e cultura), ma senza un radicamento reale nel partito o nei territori. E il suo arrivo, percepito da alcuni come un’imposizione dall’alto, ha aggravato le tensioni interne. In questo senso, le sue esternazioni — seppur legittime nel merito — rischiano di apparire più divisive che costruttive.
La sua posizione, infine, solleva un interrogativo più ampio: può il Pd diventare davvero il partito della “questione morale”, come fu il Pci, in un contesto in cui i rapporti di potere locali, le alleanze tattiche e la tenuta elettorale pesano molto più dell’etica astratta? Ruotolo sembra rispondere di sì. Ma la realtà dice altro.
In conclusione, Sandro Ruotolo incarna una figura importante, ma politicamente fragile: quella dell’intellettuale prestato alla politica, che crede di poter cambiare le regole del gioco senza sporcarsi le mani con la partita. Il risultato, però, è sotto gli occhi di tutti: una sconfitta su tutta la linea, che indebolisce non solo lui, ma anche la narrazione “riformista” della segreteria Schlein. Perché, in politica, non basta avere ragione. Bisogna anche saper vincere.
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