Via Adda, la “spianata delle moschee” del cemento: il disastro parte da Calvizzano, ma colpirà anche Marano

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Via Adda è diventata una distesa piatta, spogliata di ogni identità. Uno scenario talmente surreale da far pensare – con amara ironia – a una sorta di “spianata delle moschee” del cemento. Un’iperbole, certo, ma efficace: non si costruiscono luoghi di culto, bensì palazzi, distributori, antenne, e qualsiasi altra struttura utile a far spazio agli interessi speculativi.

Dove prima c’erano alberi, vegetazione, natura, oggi c’è solo terra nuda, ruspe in azione e palazzine che spuntano come funghi. L’urbanizzazione corre veloce, soprattutto nella zona iniziale di via Adda, dove sono già state realizzate centinaia di alloggi. Ma la spinta edificatoria non si ferma lì: ora si allunga fino a via Corree di Sotto e all’alveo dei Camaldoli – il tristemente noto canalone, che ancora oggi riceve scarichi fognari abusivi, destinati a finire nel mare del litorale giuglianese.

È bene chiarirlo: tutto questo sta avvenendo nel territorio di Calvizzano. Ma non si illudano i cittadini di Marano: gli effetti saranno tutt’altro che confinati. Le due realtà, di fatto, si toccano e si intrecciano. E quando si costruisce in modo così intenso e non pianificato in una zona di confine, i problemi – traffico, carenza di servizi, fognature al collasso, congestione urbana – si riversano su entrambe le comunità.

È già accaduto altrove. Basta ricordare la Marano degli anni ’80, in particolare via del Mare: anche lì si costruì a ritmo frenetico, senza uno straccio di pianificazione, e il risultato fu un territorio urbanisticamente fragile, caotico, privo di servizi adeguati.

Oggi la storia si ripete. La “nuova” Calvizzano sembra seguire lo stesso copione: si demolisce, si spiana, si costruisce. Tutto in nome di piani urbanistici che, più che guardare al futuro della collettività, sembrano tarati sulle esigenze del presente edilizio.

Cosa resta allora? Un territorio martoriato, un paesaggio sconvolto, e una cittadinanza che osserva – spesso impotente – lo scempio. Si chiamano operazioni di “sviluppo”, ma svuotano la parola di ogni significato. Perché non c’è nulla di sviluppato in un’area dove aumentano i palazzi ma mancano scuole, spazi pubblici, parcheggi, reti fognarie moderne.

La “spianata delle moschee” – lo ribadiamo, iperbole ironica – è il simbolo di questo approccio: cancellare tutto, in fretta, e poi riempire con qualunque cosa possa generare profitto immediato. È una fotografia crudele di come, oggi, si continui a costruire senza progetto, senza equilibrio, senza futuro.

E quando le conseguenze arriveranno, non chiederanno il permesso: né a Calvizzano, né a Marano.

© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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