Lo Stabilicum, appena divenuto legge, non è soltanto una riforma del sistema elettorale. Nella lettura dei suoi sostenitori, rappresenta il tentativo di imprimere una svolta al funzionamento della politica italiana: rendere più chiaro agli elettori chi si candida a governare, con quale programma, dentro quale coalizione e assumendosi quale responsabilità politica.
Il punto, dunque, non riguarda soltanto il meccanismo elettorale. Riguarda il rapporto tra voto, maggioranza parlamentare e governo. Dopo decenni caratterizzati da cambi di maggioranza, governi di coalizione variabile e soluzioni nate anche al di fuori di un mandato elettorale diretto, la riforma punta a rafforzare il collegamento tra la scelta degli elettori e la guida dell’esecutivo.
È questa, secondo la maggioranza che ha sostenuto la legge, la vera portata dello Stabilicum: chiedere ai partiti di presentarsi agli italiani con un’identità più definita e con un’indicazione preventiva della leadership. Non soltanto promettere cosa fare, dunque, ma indicare anche con chi e attraverso quale perimetro politico intendono farlo.
La questione assume un peso particolare se collocata nella storia della Seconda Repubblica. Dal 2011 al 2022 l’Italia ha conosciuto governi guidati da Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte e Mario Draghi, nati in contesti parlamentari differenti e non direttamente indicati dagli elettori attraverso un voto per la premiership. Per i sostenitori dello Stabilicum, quella stagione rappresenta precisamente ciò che la nuova legge intende rendere più difficile: la distanza tra il risultato elettorale e la successiva costruzione degli equilibri di governo.
La riforma nasce quindi da una domanda politica semplice, ma decisiva: quanto deve essere riconoscibile, agli occhi dell’elettore, il percorso che conduce dal voto alla formazione dell’esecutivo?
La risposta proposta dallo Stabilicum è altrettanto netta: coalizione, programma, perimetro politico e leadership devono essere individuabili prima del voto. Il premier indicato diventa così il punto di raccordo tra la proposta politica presentata agli elettori e la successiva azione di governo.
È una trasformazione che i sostenitori della riforma definiscono come una nuova stagione della responsabilità politica. E il confronto con il sistema precedente è inevitabile. Il Rosatellum, approvato nel 2017, ha rappresentato per anni il quadro elettorale di riferimento; i suoi critici ne hanno contestato soprattutto la capacità di garantire una corrispondenza immediata tra voto popolare e formazione di una maggioranza di governo.
Lo Stabilicum prova a intervenire proprio su questo terreno.
La posta in gioco, allora, non è soltanto il modo in cui si distribuiscono i seggi. È il principio secondo cui chi chiede il voto dovrebbe essere chiamato, dopo il voto, a rispondere politicamente delle proprie scelte. Una concezione che porta al centro il tema della responsabilità e che inevitabilmente riduce gli spazi per trasformazioni degli equilibri parlamentari successive alle elezioni.
È anche per questo che la riforma apre un confronto destinato a investire l’intero sistema politico. Per i suoi sostenitori, significa rendere più trasparente il rapporto tra elettori e istituzioni. Per i suoi critici, invece, pone interrogativi sull’equilibrio tra legittimazione elettorale, ruolo del Parlamento e prerogative del Presidente della Repubblica.
Il vero banco di prova sarà dunque l’applicazione concreta della nuova legge.
Dopo oltre trent’anni di sperimentazioni, cambi di sistema e governi costruiti attraverso formule parlamentari differenti, lo Stabilicum porta al centro una promessa precisa: rendere più riconoscibile il percorso che conduce dal voto al governo.
E la domanda che consegna alla politica italiana è forse la più semplice di tutte: chi chiede il consenso agli italiani è disposto, una volta ottenuto, ad assumersene fino in fondo la responsabilità?
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