
unedì, a Bruxelles, sarà bianco o nero. Sarà un’Europa tornata di nuovo a 27 o un’Unione di fatto monca, con l’Ungheria con un piede e mezzo fuori. Basterebbe questa riflessione, che serpeggia da tempo nelle stanze del potere comunitario, per delineare il grado di importanza delle elezioni legislative ungheresi. La conferma di Viktor Orban (foto), o la sua sconfitta, nel voto di oggi avranno effetti deflagratori che andranno ben oltre i confini del Paese mitteleuropeo, incidendo su dossier cruciali come l’allargamento all’Ucraina, il prestito da 90 miliardi per Kiev, il futuro bilancio pluriennale.
“Dal 13 aprile l’Ungheria sarà una democrazia, non illiberale, non ‘popolare’: semplicemente uno Stato di diritto democratico”. Lo ha detto ieri il leader dell’opposizione Peter Magyar, da Debrecen, durante il suo ultimo comizio tenuto proprio nella roccaforte storica di Orban. Magyar, favorito della vigilia, ha chiesto “un mandato” per guidare il Paese. “Non solo il Tisza scorre”, ha sottolineato riferendosi al fiume Tibisco che dà il nome al partito, “ma ha già esondato in tutto il Paese e domani (oggi, ndr) riempirà l’intero bacino dei Carpazi”.
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