Marino Grilli, una vita per Napoli: militanza, istituzioni e coerenza

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Di Mario Conforto

Ci sono uomini che non hanno bisogno di essere celebrati per lasciare un segno. Attraversano le stagioni della storia come si percorrono i vicoli della propria città: a passo deciso, senza clamore, con umiltà, sapendo che ogni angolo custodisce una responsabilità. Marino Grilli è uno di questi.

Classe 1959, nato nel quartiere Avvocata, in via Giovanni Brombeis, figlio di una Napoli popolare e pensante, cresce in un tempo in cui la politica non è un’opinione ma una scelta di campo. Il suo viaggio comincia nel 1972: si va a Roma per la chiusura del Festival nazionale dell’Unità. Sul palco parla «il grande Enrico»: Enrico Berlinguer. Per un’intera generazione quella voce diventa bussola. Marino è lì.

L’iscrizione alla Federazione Giovanile Comunista Italiana, la mitica FGCI. La vita di sezione. I compagni di lotta, le battaglie politiche, i sogni e le sconfitte. Le campagne elettorali. La convinzione che la politica fosse militanza, disciplina, studio, sacrificio. Lavoro. Vita.

Alla Mostra d’Oltremare, nel settembre 1976, durante un comizio di Berlinguer, è in mezzo a una folla oceanica. Sono gli anni Settanta: contrapposizioni feroci, scazzottate tra opposti estremismi, notti tese: «’E fasciste over, anni Settanta: ‘e piglie e daje”», annota con ironia asciutta. Ma dietro la battuta c’è la durezza di un’epoca. Per gli amici è Billy Bis, lo sciupafemmine agente dell’Onu.

Piazza Dante respira aria freak, laboratorio spontaneo di controculture, fulcro del movimento hippie. Piazza del Gesù è il cuore pulsante: vent’anni e più di assemblee, discussioni, dibattiti feroci ma rispettosi. Lì nasce un gruppo di ragazzi che si fa chiamare “Gli Obelischi”. Gli incontri con giovani musicisti destinati a segnare la canzone napoletana: Pino Daniele, Enzo Avitabile, James Senese, Enzo Gragnaniello, tra gli altri. Musica e militanza si intrecciano senza contraddizione.

Nel 1983 prende forma la Sergio Blues Band, omaggio affettuoso a Sergio Bruni. Marino è tutto: manager, presidente, allenatore e quasi portiere, come scrive lui stesso con un sorriso.

È un’esperienza collettiva, irruente, generosa. Non c’è separazione tra l’attacchinaggio all’alba e le scorribande serali, tra la politica e le canzoni «che te fanno fess», con ironia partenopea.

Arrivano le stagioni delle responsabilità istituzionali. L’incontro con Antonio Bassolino segna una traiettoria lunga decenni. Dalla conquista del Comune di Napoli nel 1993 – anno spartiacque, mentre l’Italia è attraversata da Tangentopoli e dalla fine della Prima Repubblica – fino agli incarichi regionali e nazionali. Marino lo segue con fedeltà operosa, senza mai indulgere alla retorica del potere.

Sono anni complessi: il Ministero del Lavoro nel governo del compagno D’Alema, il trauma dell’assassinio del professor Massimo D’Antona, le tensioni sociali che chiedono equilibrio e fermezza. La Presidenza della Regione Campania dal 2000 al 2010: l’emergenza rifiuti, le riforme contrastate, le polemiche. Marino resta ciò che è sempre stato: un uomo delle istituzioni, non un uomo di scena.

Chi lo ha incontrato nei corridoi di Palazzo San Giacomo, di Palazzo Santa Lucia o nei quartieri difficili sa che non amava le parole altisonanti. Preferiva l’ascolto, il dialogo, il lavoro silenzioso. Conclude la sua carriera nell’Assessorato alla Legalità, Sicurezza e Immigrazione con a capo il prefetto Mario Morcone, durante il secondo mandato del presidente Vincenzo De Luca.

E poi c’è la dimensione privata, che nei suoi appunti affiora con pudore: «Lola, finalmente l’amore». Lola è la moglie, compagna di strada, presenza stabile mentre tutto intorno cambia. Tra comizi, riunioni ed emergenze, c’è una casa, un affetto, un cane da prendere di nuovo. E magari «formaggio per tutti», come nelle feste improvvisate di una volta, quando la condivisione era la forma più semplice della felicità.

Quarant’anni di servizio non sono un curriculum: sono un racconto civile. Marino Grilli ha solcato la storia recente di Napoli con coerenza, senza mai perdere l’accento del quartiere, senza mai smarrire l’umiltà delle origini.

Oggi va in pensione. Il 27 febbraio 2026 il suo ultimo giorno di lavoro. Ma chi ha vissuto la politica come passione e disciplina non si ritira davvero: cambia ritmo, non vocazione. Resta l’uomo che crede nel dovere, nella lealtà, nella comunità.

Napoli, capace di essere spietata e generosa insieme, riconosce i suoi figli migliori non dal rumore che fanno, ma dalla traccia che lasciano. Marino Grilli quella traccia l’ha incisa con pazienza, con fermezza, con amore. E questo, più di ogni incarico, è il suo vero titolo.

 

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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