Il Teatro Sannazaro era pieno fino all’ultimo posto, con il pubblico in trepidante attesa. Sul palco, Maurizio de Giovanni e lo scrittore israeliano David Grossman si sono trovati uno di fronte all’altro, ma il confronto ha rapidamente superato i confini di un’intervista tradizionale, trasformandosi in un dialogo intenso e confidenziale.
Grossman ha parlato dei figli e del cambiamento del linguaggio, ricordando con una punta di nostalgia: «Ero felice di vedere mio figlio Jonathan comprendere le parole, ma insieme sentivo che stava perdendo la capacità di percepire ciò che va oltre il linguaggio». Un pensiero sospeso, che ha colpito il pubblico come una riflessione delicata e dolorosa.
De Giovanni ha poi spostato il discorso sulla lettura, sottolineando l’importanza di promuoverla a livello sociale: «Leggere è il gesto più creativo della scrittura stessa», ha affermato, invitando a riflettere sul senso profondo di questa pratica. Grossman ha condiviso i ricordi della sua infanzia e dei primi libri scritti, raccontando come la scoperta della lettura abbia segnato il suo destino: dai primi racconti a undici anni, alla fascinazione per i testi ebraici, fino al piacere di immergersi in mondi nuovi attraverso le parole.
Il tema dei personaggi e della creazione letteraria ha acceso la conversazione. Per Grossman, la letteratura è un modo di vivere, un atto di resistenza in un’epoca in cui le parole sono spesso svuotate di significato: «Dobbiamo purificare il linguaggio, difenderlo dalle manipolazioni». La sala ha accolto le sue parole con un lungo applauso, mentre l’autore descriveva il processo creativo come qualcosa di misterioso, in cui i personaggi prendono vita e talvolta sfidano chi li ha creati.
Il dialogo si è poi allargato alla dimensione politica. Grossman ha parlato del conflitto israelo-palestinese, della ripetizione della stessa storia e della necessità di inventarne una nuova per le generazioni future: «Raccontare sempre le stesse tragedie significa trasmettere l’odio ai nostri figli». De Giovanni ha richiamato l’attenzione sulla responsabilità dello scrittore, chiamato a illuminare le ombre e indicare una via d’uscita.
L’incontro si è chiuso con un pensiero di de Giovanni: «Grossman è come Ulisse: porta in giro la propria identità senza comprometterla, combattendo una guerra di pace con le parole. Una bandiera fragile, ma indispensabile».
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