A Sharm el-Sheikh l’accordo alla fine è arrivato, la tregua tanto attesa. Nella notte fonti di Hamas hanno riferito al quotidiano al-Mayadeen, affiliato a Hezbollah, che il movimento palestinese ha accettato un accordo di cessate il fuoco a Gaza, aggiungendo che verrà firmato oggi alle 12 in Egitto (11 in Italia). L’accordo di cessate il fuoco – secondo funzionari israeliani – è stato raggiunto.
A fugare i dubbi il post di Donald Trump: «Sono molto orgoglioso di annunciare che Israele e Hamas hanno entrambi firmato la prima fase del nostro piano di pace. Ciò significa che tutti gli ostaggi saranno rilasciati molto presto (sabato riferiscono i familiari dei rapiti) e Israele ritirerà le sue truppe secondo una linea concordata, come primo passo verso una pace forte e duratura», così ha scritto su Truth, aggiungendo: «Questo è un giorno storico. Ringraziamo i mediatori di Qatar, Egitto e Turchia, che hanno collaborato con noi per rendere possibile questo evento storico e senza precedenti. Benedetti gli operatori di pace». E anche Netanyahu ha ammesso: «Con l’aiuto di Dio, riporteremo tutti a casa».
Disarmo e ritiro, totali o parziali? Poi le resistenze di Israele sul rilascio di un ergastolano eccellente, Marwan Barghouti, e il complicato passaggio di poteri ai tecnocrati palestinesi. Quattro nodi per un piano in 20 punti. È su questo crinale che si sono mossi i protagonisti arrivati in Egitto per i negoziati indiretti. Per Washington presenti Steve Witkoff, l’imprenditore diventato emissario di Trump, e Jared Kushner, genero del Presidente e regista della proposta americana. Per Israele il ministro Ron Dermer, consigliere di fiducia di Netanyahu. Per Hamas il negoziatore Khalil al-Hayya, figura emersa dopo la morte dei leader storici del movimento. Accanto, a mediare, il premier del Qatar Mohammed bin Abdulrahman al-Thani e il capo dei servizi segreti turchi, Ibrahim Kalin. Una scena che fotografa la pressione internazionale.
LE RICHIESTE
Il gesto più concreto, lo scambio delle liste. Hamas ha presentato i nomi dei prigionieri che pretende vengano rilasciati. Israele ha fatto arrivare i dati sui rapiti ancora nelle mani delle fazioni palestinesi. Ufficialmente 48: una ventina vivi, 26 già morti, due dal destino incerto. I palestinesi hanno inserito nomi che pesano, anche politicamente: Barghouti, l’uomo che per molti incarna la speranza di una nuova leadership e il cui destino per Hamas «è assolutamente centrale in questi colloqui», poi Ahmad Saadat, Hassan Salameh, Abbas al-Sayed.
Ognuno di quei nomi rimanda a una stagione della lotta armata e a una possibile eredità. Proprio per Barghouti, ieri al Cairo è arrivata la moglie Fadwa. Una presenza discreta, ma significativa. In totale, i miliziani premono per il rilascio di 300 ergastolani invece dei 250 immaginati all’inizio. In più, reclamano la restituzione dei corpi dei fratelli Yahya e Muhammad Sinwar, il primo ideatore del massacro del 7 ottobre 2023, ucciso l’anno dopo, il secondo salito al comando e a sua volta eliminato. Per Hamas è un atto dovuto, un modo per onorare la leadership caduta “eroicamente”. Per Netanyahu si tratta di una linea rossa che non può essere attraversata. Israele, invece, non si accontenta della consegna degli ostaggi: pretende lo smantellamento dell’apparato militare di Hamas. Tunnel, fabbriche, depositi, tutto sotto controllo internazionale. Una smilitarizzazione che per Tel Aviv è la condizione stessa della pace.
LE INDISCREZIONI
Qui filtrano le indiscrezioni: secondo fonti arabe, Hamas avrebbe accettato un compromesso, un disarmo parziale. Consegnare parte delle armi, quelle pesanti, impegnarsi a non usarle fuori da Gaza, e mantenerne solo un minimo per non apparire arreso. Sul terreno della mediazione la Turchia ha giocato la sua partita. Recep Tayyip Erdogan rivela che Trump gli ha chiesto esplicitamente di convincere Hamas ad accettare il piano.
«Hamas ci ha risposto di essere pronto per la pace e i negoziati», dice il presidente turco di ritorno da Baku, definendolo un passo «molto prezioso». Erdogan si muove come garante esterno, amico storico di Hamas ma anche membro influente della Nato. Hamas, attraverso il Qatar, chiede che qualsiasi accordo sul ritiro dell’Idf sia messo nero su bianco attraverso «forti garanzie internazionali scritte». E all’orizzonte c’è la possibilità di riprendere il cammino degli accordi di Abramo tra Israele e i Paesi arabi che ancora non li hanno firmati.
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