Napoli, l’altra faccia del boom turistico: la mutazione compiuta della criminalità organizzata e la resa dello Stato

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Nel cuore della Napoli dello scudetto e dei record turistici, qualcosa si è silenziosamente spezzato. Mentre le telecamere raccontano i murales di Maradona, i vicoli affollati, le pizzerie gourmet e il fermento culturale di una città in vetrina, dietro le quinte si consuma una mutazione definitiva e pericolosamente silenziosa: quella della criminalità organizzata.

La camorra non è più, o non è solo, quella delle stese, degli agguati di quartiere e del piccolo spaccio. Quelle sono le briciole. A fare il grosso del lavoro, oggi, sono i colletti bianchi, i riciclatori, i costruttori e i consulenti fiscali, spesso incensurati. Clan come gli Amato-Pagano, i Mallardo o i Moccia hanno da tempo abbandonato i metodi arcaici per diventare società per azioni del crimine: investono, comprano, infiltrano, gestiscono. La provincia di Napoli, il basso Casertano, Marano, Mugnano, Arzano, Afragola, Giugliano, Teverola, Trentola, Lusciano, Aversa, San Tammaro, Sant’Antimo, Melito, Frattamaggiore: territori dove la mafia è ovunque ma non si vede più. Perché indossa giacche firmate, lavora nei notai, siede nei consigli comunali e serve caffè nei bar della movida.

Non è solo una questione di potere. È una questione di impunità. Oggi le mafie non temono nulla: né la magistratura, sempre più depotenziata e ostacolata da riforme che ne limitano gli strumenti; né le forze dell’ordine, stremate da organici ridotti all’osso e da un quotidiano fatto di ordinario ingestibile; né, tantomeno, la politica, che sembra spesso complice per disinteresse o convenienza.

Negli ultimi anni si è smantellata silenziosamente l’architettura della prevenzione: abolito l’abuso d’ufficio, svuotate le norme sulle interdittive antimafia, ridotti all’irrilevanza gli strumenti per lo scioglimento dei comuni infiltrati. Gli amministratori locali, se non vengono colti con la mazzetta in mano, sono intoccabili. E intanto, comuni del napoletano e del casertano vengono sommersi da colate di cemento “regolare”, alimentate dai bonus edilizi e da un intreccio opaco tra burocrazia, imprenditoria e clan.

La criminalità si è fatta sistema. E il sistema la accoglie.

Nel silenzio generale, si consuma la nuova normalità: furti ogni ora, scippi a catena, rapine quotidiane. Nelle zone popolari si vive tra le grate e il terrore, ma intanto si sbandiera il successo della Napoli turistica. I numeri del turismo crescono, i voli sono pieni, le crociere affollano il porto. Ma sotto questo boom si nasconde l’indifferenza con cui è stata tollerata – o peggio, favorita – la nuova era delle mafie.

Non è un’emergenza. È un’occupazione. Lenta, silenziosa, pervasiva. Dove anche i figli e i nipoti dei boss siedono ormai nei salotti buoni, candidati nei consigli comunali, proprietari di locali, soci occulti di aziende fiorenti.

L’evoluzione è compiuta. La camorra ha smesso di sparare perché ha imparato a firmare. Ma lo Stato, nel frattempo, ha smesso di reagire.

E allora, mentre i riflettori restano puntati sulle luci del centro storico, qualcuno dovrebbe tornare a guardare dove queste luci non arrivano più. Perché in Campania, oggi, il vero pericolo è ciò che non si vede più. E che per questo, rischia di diventare irreversibile.

 

© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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