Gomorra, ultimo atto. «Lo faccio per la mia famiglia», dice l’uomo rivolgendosi ai magistrati. E aggiunge: «Sono stato un mafioso, non solo un camorrista».
Carcere di Parma, gli inizi di marzo. Francesco Schiavone ha appena compiuto 70 anni, ha trascorso gli ultimi 26 in cella con 14 ergastoli sulle spalle.
Francesco Schiavone, noto come “Sandokan”, capo di una delle cosche più temibili nella galassia della criminalità organizzata, quella dei casalesi, sta collaborando da qualche giorno con la giustizia.
La notizia arriva a pochi giorni dal trentesimo anniversario dell’uccisione di don Peppe Diana.
Su cosa potrà riferire? Gli esperti ritengono che possa dire tanto: “Sull’aspetto organizzativo e militare – spiega il giudice Magi del processo Spartacus – credo non ci sia molto da aggiungere ma sul versante economico-imprenditoriale e sulla rete di relazioni con il mondo della politica e dell’imprenditoria penso che ci sia ancora molto da comprendere e svelare. Lui può farlo e non solo…”. Può riferire, e tanto, invece “se il regime del 41 bis, il cosiddetto carcere duro, dove è stato ristretto sinora, funziona davvero o se anche da lì i boss comandano e riescono a comunicare con l’esterno. E’ un dubbio che va dissolto, non una cosa da poco…E’ il momento di raccontare tutta la verità”.





























