I portuali di Trieste non si piegano. “Battaglia di libertà, pronti a resistere”

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Caos portuali e camionisti, l’Italia potrebbe bloccarsi nelle prossime ore. «La gente come noi non molla mai» sono le parole d’ordine dei portuali di Trieste, che domani vogliono bloccare lo scalo giuliano a oltranza contro il green pass. La punta di lancia del fronte del porto, che potrebbe coinvolgere anche altri scali importanti come Genova, Livorno e Gioia Tauro in un venerdì nero di protesta.

I portuali sono diventati la falange dei cortei contro il lasciapassare anti Covid, sempre più numerosi, con 15mila persone che hanno trasformato Trieste in capitale della rivolta. «Se il governo non ritirerà il green pass non entreranno, né usciranno persone o merci dal porto» tuona da giorni Stefano Puzzer, l’occhialuto portavoce con barbetta del Coordinamento dei lavoratori portuali. «In porto c’è gente di destra, di sinistra e chi se ne frega della politica, ma in questa battaglia di libertà la nostra linea è apolitica, apartitica e asindacale» spiega. Nello scalo giuliano i non vaccinati sfiorerebbero il 40%.

Aziende di trasporto che non sanno se far partire i mezzi, altre che non sanno se farli tornare, autisti che non sanno come comportarsi se domani, quando entrerà in vigore l’obbligo di green pass per tutti i lavoratori, saranno già in viaggio. “Abbiamo 400mila dipendenti nelle aziende dei trasporto e altrettanti impiegati nelle attività di magazzinaggio. Se il 30% di questi, non muniti di green pass, non si presenta a lavoro, è finita. Senza interventi del Governo, da dopodomani sarà il caos”, dice Ivano Russo, direttore generale di Confetra, la confederazione che rappresenta un settore da circa 110mila imprese che producono 85 miliardi di valore, circa il 9% del Pil. Il mondo dei trasporti, tanto osannato durante la pandemia per non essersi mai fermato garantendo gli approvvigionamenti durante il lockdown produttivo, conta le ore in vista del 15 ottobre. Il cortocircuito rischia di essere totale, produttivo, burocratico e operativo. E anche politico, dopo il passo falso del Viminale che negli ultimi due giorni ha diramato due circolari, una ‘correttiva’ dell’altra, innescando uno scontro politico all’interno della maggioranza.

“Da lunedì le nostre imprese si vedranno costrette a cancellare i viaggi programmati, generando altro caos sulle catene di fornitura già messe a dura prova dalla pandemia, dalla quale ancora non si sono riprese”, prosegue Russo. “Noi importiamo di tutto, il 90% delle nostre materie prime che impieghiamo nella produzione industriale o in quella di beni alimentare vengono dall’estero”. Se in un primo momento il problema riguarderà le aziende di trasporto, poi le ripercussioni ricadranno a catena su tutto il tessuto industriale. A causa del caos burocratico che sta nascendo con l’introduzione del green pass, ma pure per le criticità del sistema italiano che paga anni di sottovalutazione del processo logistico. Le industrie italiane sono infatti “schiave” dei colossi stranieri della logistica. Circa il 70% dell’import-export italiano infatti avviene secondo la clausola “franco fabbrica” (Ex Works nella codificazione del commercio internazionale), contro una media Europa del 30%. Vuol dire che l’importatore straniero che acquista, ad esempio, un bene da un produttore italiano, si fa carico di tutto il processo logistico come il ritiro della merce, le fasi del trasporto, le imprese da impiegare, le rotte e le vie commerciali da seguire, dove effettuare scali.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TERRANOSTRA | NEWS
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