Marano, la palazzina di via Sant’Agostino e il pasticcio al Comune. Polverino per quella vicenda è rinviato a giudizio. Troppi gli interrogativi inquietanti

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La vicenda-scandalo della palazzina di via Sant’Agostino, l’immobile abusivo appartenuto al a Vincenzo Polverino, meglio noto come “Peruzzo”, era stata seguita anche dai magistrati della Dda di Napoli. E ancor prima della sentenza del Tribunale amministrativo regionale, che nei giorni scorsi ha accolto il ricorso presentato dai legali di Polverino, dichiarando illegittimo il procedimento amministrativo con il quale il Comune di Marano aveva proceduto all’acquisizione del bene al proprio patrimonio immobiliare, i riflettori erano stati accesi proprio dalla Procura che aveva chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio dell’uomo, da qualche mese detenuto con l’accusa di associazione mafiosa.

Per il pm Maria Di Mauro, “Peruzzo”, sfruttando la forza di intimidazione del clan Polverino, avrebbe intascato illegalmente i canoni di fitto dei suoi inquilini, raggirandoli e stipulando con loro contratti di locazione. Decine di migliaia di euro guadagnati per un bene che, carte alla mano, già dal 1992 era stato dichiarato abusivo e di proprietà dell’ente cittadino. Un iter, quello per l’acquisizione della palazzina, che si è rivelato però a dir poco tortuoso, poiché avviato 27 anni fa e archiviato – con la definitiva trascrizione nel registro della conservatoria degli immobili di Napoli – soltanto nel 2018.

L’udienza del processo che vede imputato Vincenzo Polverino è fissata a dicembre. I suoi legali hanno già da tempo presentato una memoria difensiva ai magistrati della Dda, che in buona sostanza ricalca il ricorso (vincente) presentato in sede di Tar. In quelle memorie è evidenziato che la famiglia Polverino avrebbe presentato in municipio, verso la metà degli anni Novanta, una decina di istanze di sanatoria edilizia ed eseguito un versamento per il pagamento delle oblazioni. Tale presupposto, secondo quanto ricostruito dai legali dell’imputato, avrebbe determinato la sospensione del procedimento di acquisizione del bene e legittimato pertanto la richiesta, da parte dello stesso Polverino, del pagamento dei canoni di affitto.

Al netto della vicenda penale, tuttavia, restano da fugare dubbi e ombre sulla questione prettamente amministrativa. Perché il Comune ha impiegato 27 anni per completare l’iter? Per quale motivo le notifiche dell’ordinanza di abbattimento dell’immobile abusivo e la successiva ordinanza di acquisizione del bene non sono presenti nel fascicolo presentato al Tar? Chi ha sbagliato all’interno dell’ente comunale? L’avvocato convenzionato del Comune, l’ufficio tecnico, l’ufficio avvocatura o qualche altro soggetto? E ancora: il Comune sostiene che le notifiche  Polverino ci siano, ma i motivi per cui non siano state presentate al Tar in risposta al ricorso dei Polverino non sono stati chiariti. Possibile che qualcuno si sia dimenticato di presentare gli atti o qualche atto, come accaduto in passato, sia stato fatto sparire in un secondo momento? E se le notifiche effettivamente ci sono, come è possibile che i legali di Polverino si siano avventurati in un ricorso al Tar sapendo di poter essere smentiti clamorosamente dall’ente? Molte cose non tornano, non quadrano. C’è stata forse qualche fuga di notizia?

 

© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TERRANOSTRA | NEWS
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