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Salvatore Polverino e Antonio Visconti, rispettivamente figlio e nipote del boss Antonio Polverino (attualmente ai domiciliari), sono stati interrogati ieri nell’ambito del processo sull’area Pip di via Migliaccio. Polverino e Visconti, accusati di intestazione fittizia di beni, furono arrestati il 7 luglio del 2017 dai carabinieri del Ros di Napoli. I due cugini, entrambi oggi imputati a piede libero, hanno voluto rispondere alle domande del pubblico ministero Giuseppe Visone, dei loro legali e del presidente del collegio giudicante Francesco Chiaromonte.
Il processo è entrato ormai nella fase decisiva, con gli interrogatori dei testimoni chiave e degli imputati, tra cui i fratelli Aniello e Raffaele Cesaro, a capo dell’azienda che si aggiudicò l’appalto per la realizzazione del complesso industriale di Marano (area Pip).
Visconti è il titolare di un capannone acquistato, nel 2012, dalla Iniziative industriali di Sant’Antimo al prezzo di 1 milione e 600 mila euro. Per la Procura quel capannone sarebbe soltanto formalmente intestato a Visconti, ma di fatto gestito dalla famiglia Polverino e in particolare da Salvatore, figlio di Antonio (“Zi Totonno”), arrestato due anni fa dopo un lungo periodo di latitanza.
Visconti, sottoposto al fuoco di fila delle domande del pm e del giudice Chiaromonte, ha riferito di essere titolare di un panificio, “Il Vostro fornaio”, e di essere socio di Giuseppe Polverino, fratello di Salvatore. Ha ricordato inoltre di aver acquistato il capannone industriale, oggetto delle indagini della Dda, dove avrebbe voluto traferire il panificio ubicato attualmente in un’altra struttura dove paga regolare canone di fitto.
“Non lo ho mai potuto fare – ha raccontato in aula – perché per ben due volte il capannone fu sequestrato dall’autorità giudiziaria. Fui indagato per intestazione fittizia già in passato, ma sono stato poi assolto con formula piena. Da quel momento le banche mi hanno privato o ridotto i finanziamenti e, pertanto, decisi di fittare a terzi il capannone acquistato nell’area Pip. Era un modo per iniziare a recuperare qualcosa e ad incassare soldi freschi”. Quella struttura, come altre presenti nel Pip, fu frazionata e divisa in due parti e, successivamente, data in affitto (tramite agenzie immobiliari) a terzi. Per quel che concerne i problemi dei capannoni, in relazione all’agibilità, ritenevo che dovessero occuparsene i locatari, con i quai fui chiaro fin dal primo momento. Per le altre problematiche (ad esempio la vasca di laminazione mancante dopo la divisione del capannone in due parti, ndr) contattai mio cugino Salvatore, in quanto esperto del settore, e in qualche occasione mi confrontai con Oliviero Giannella”.
Per l’esecuzione di alcuni lavori, insomma, Visconti si affidò al cugino Salvatore e all’ingegnere Oliviero Giannella, altro imputato nel processo con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Gli inquirenti hanno intercettato sia Giannella e che Polverino nel periodo in cui, all’inizio del 2016, il Comune di Marano avviò una serie di sopralluoghi nel Pip per verificarne l’agibilità degli stand e la regolarità degli scarichi fognari. Polverino avrebbe fatto, su delega di Visconti, da intermediario con Giannella per l’esecuzione dei necessari atti tesi a sanare le illegittimità che in quel periodo stavano emergendo con forza e che spinsero il Comune (già marcato stretto dai Ros) ad inviare nel complesso industriale vigili e tecnici comunali.
Giannella, come si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, chiese tra l’altro informazioni su quanto stesse accadendo al Pip anche ad alcuni agenti della municipale che seguivano la vicenda.
Polverino, anch’egli interrogato, ha riferito di essersi occupato delle questioni tecniche dei capannoni su delega del cugino Visconti e di avere un rapporto di lavoro pressoché costante con l’ingegnere Giannella. “Ho fatto da intermediario per i lavori nel capannone che ho poi affidato, come abitualmente facevo anche per altri interventi, a ditte terze. Non ricordo se fui contattato, per le problematiche emerse, prima da Giannella o da mio cugino Visconti”. A Polverino, intercettato in due occasione nello studio di Giannella, è stato chiesto il perché, pur non essendo formalmente un capannone di sua proprietà, si fosse interessato in maniera tanto evidente alla struttura. L’imprenditore edile ha risposto che il suo interessamento era dettato dai vincoli di natura familiare: “Visconti è mio cugino ed è come un fratello per me ed è socio di Giuseppe mio fratello”.
All’imputato, inoltre, è stato chiesto se conosce Biagio Cante (ritenuto affiliato al clan Polverino) e perché si sia interessato, in un colloquio avuto con Giannella, a una proprietà di quest’ultimo, che il Cante avrebbe voluto intestare a una figlia minore in quanto aveva in quel momento dei problemi con Equitalia. Polverino ha risposto di non conoscere Cante, di essere a conoscenza però che il soggetto fu imputato nel processo “Polvere” e di aver scambiato qualche parola con Giannella sulla questione dell’immobile, ma solo – ha riferito in aula Polverino – perché umanamente dispiaciuto che il Cante potesse perdere l’appartamento. “Fu una semplice considerazione, quella che feci con Giannella (dialogo che ad ogni modo non ricordavo, ndr), di carattere umanitario”.
© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews


























