Non è bastata la confessione in extremis, né la lettera indirizzata al giudice è servita ad impedire il massimo della pena. Ergastolo per mandanti ed esecutori materiali del delitto di Pasquale Malavita, ammazzato il primo ottobre del 2010.
È stato il giudice Di Palma a firmare la condanna al massimo della pena a carico di Mariano Riccio, di Fabio Magnetti, ritenuti esponenti di spicco del sistema criminale di Secondigliano, ma anche di Alessandro Grazioso, oltre a comminare la condanna a trent’anni di reclusione a carico di Umberto De Vitale.
Eppure, pochi giorni prima del verdetto, Mario Riccio (conosciuto come «Mariano») aveva spedito una lettera al giudice, nel corso della quale si era assunto la responsabilità del delitto. In sintesi, il presunto boss scissionista aveva dichiarato di aver commesso errori quando era giovanissimo, oltre ad aver maturato solo in questi ultimi anni – a causa del rigore del carcere duro – l’esigenza di prendere le distanze da simili soluzioni militari. Una lettera di scuse, ammissioni personali (che non chiamano però in causa altri soggetti del clan o presunti complici), la richiesta di una condizione carceraria diversa rispetto al carcere duro.
Il Mattino





























