Joaquin El Chapo Guzman langue nella prigione di massima sicurezza di New York, lontano da tutto e da tutti. Ormai può far poco e gli americani gli stanno stringendo il cappio al collo accumulando prove e testimoni. L’ultimo nodo – se è vera la storia apparsa su Riodoce – lo hanno legato grazie alla manovra di uno che ha sempre aiutato il padrino: Damiano Lopez, detto El Licenciado, arrestato il 2 maggio dai militari messicani. Il braccio destro del boss ha convinto suo figlio, El Mini Lic, a consegnarsi alla Dea statunitense, mossa che potrebbe trasformarlo in un testimone contro il capo dei capi. Ovviamente l’intera ricostruzione va pesata con cautela, in attesa di altri riscontri , visto che la «narco guerra» spesso soffoca la verità.
La faida
La vicenda ha un primo capitolo traumatico a gennaio, quando Guzman è estradato negli Usa. Il cartello di Sinaloa implode. Tutti vogliono la leadership. I figli del numero uno, Ivan e Arcivaldo, insieme allo zio Aureliano, detto El Guano, muovono guerra contro Damaso Lopez ed altri gruppi minori. In mezzo il leader storico El Mayo Zambada. Lotta che provoca caterve di vittime, spedizioni punitive ed esecuzioni. Lopez, un ex funzionario penitenziario che ha avuto un ruolo nella prima evasione d El Chapo, esce dalla posizione defilata che ha sempre mantenuto, compie l’errore di accettare la sfida con i rivali e arriva a scatenare una campagna di disinformazione contro i figli di Guzman. Per questo ingaggia un hacker che in realtà collabora anche con le autorità. L’errore è grave: il 2 maggio i marines messicani lo scovano a Città del Messico. Da quel momento i suoi seguaci perdono terreno. Ne cadono molti, altri sono costretti a cercare protezione, altri ancora per non essere sterminati passano con il cartello Jalisco Nueva Generacion o Zambada. Quest’ultimo cerca di imporre una tregua, non vuole altri guai perché la faida porta danni ai traffici.
Damaso Lopez dal carcere dell’Altiplano gioca le sue carte. Secondo Riodoce, con l’aiuto degli avvocati, avvia una trattativa e spinge il figlio a consegnarsi alle autorità statunitensi nella zona di Calexico, California. Il giovane attraversa la frontiera da solo, si dirige alla garitta delle guardie e da qui lo portano in una casa sicura della Dea. Tutto facile. Contro El Mini Lic non vi sarebbe alcun ordine di cattura, dunque ha poco da temere e molto da offrire. Inoltre evita di essere fatto fuori. Lo scenario – plausibile, anche se non certo – è che possa finire nel programma speciale della Giustizia, quello che garantisce copertura e nuova vita a chi accetta di collaborare. E qualche osservatore scommette che nel patto rientri anche il padre, Damaso Lopez. Saranno loro a dare nuove prove per inchiodare El Chapo? Di sicuro «sanno» e magari hanno conservato «carte» preziose. Non è un caso se il 31 luglio, all’indomani della resa di El Mini Lic, sia stato catturato Nahum Sicairos Montalvo, uno degli «operatori finanziari» della fazione. In fondo non sarebbero i primi e neppure gli ultimi a servirsi di questa scorciatoia. In questi anni numerosi esponenti del crimine organizzato messicano estradati negli Stati Uniti hanno ottenuti sconti di pena dopo aver vuotato il sacco.
L’amante del Chapo
Da non dimenticare poi un’altra figura chiave: Guadalupe Lucero Sanchez, una delle amanti del Chapo, una donna che lo ha accompagnato fino all’ultimo giorno della latitanza. Anche lei è in una prigione statunitense dove è stata rinchiusa dopo essere stata arrestata, il 21 giugno, al confine Messico-California, settore di San Diego. Molte strane le circostanze, situazione simile a quella de El Mini Lic. Si è presentata al punto di passaggio della frontiera e lì le hanno notificato un mandato di cattura. Lei ha reagito dicendo che non sapeva nulla e stava solo scappando in quanto temeva di essere assassinata. Guadalupe ha voluto molto bene al suo amore, ma ora potrebbe fargli molto male.




























