Il ritorno del cemento: speculazione edilizia, urbanistica impazzita e silenzi istituzionali

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In principio fu Mugnano, poi Quarto, Giugliano, la circumvallazione esterna con i suoi “grattacieli” da dieci piani, come fantasmi verticali cresciuti nel nulla. Ora è il turno di Calvizzano, piccolo centro del napoletano, e presto forse Qualiano, dove un nuovo piano urbanistico promette – o minaccia – la costruzione di 600-700 nuovi alloggi. A Marano, intanto, si prepara la trasformazione del centro storico: abbattimenti, ricostruzioni, nuove volumetrie giustificate da leggine regionali come il Piano Casa, usate spesso come ariete per spianare ogni idea di equilibrio territoriale.

Siamo di nuovo agli anni ’80-’90, quelli del cemento a ogni costo, delle licenze, dell’urbanistica come terreno, talvolta, di scambio e clientela. Solo che stavolta il quadro è ancora più inquietante: si costruisce in territori prossimi alle aree rosse dei Campi Flegrei – zone ad alto rischio – e si fa finta che non ci siano conseguenze, che il dissesto idrogeologico, l’assenza di infrastrutture e la fragilità ambientale non contino nulla. Come se non avessimo imparato niente.

La camorra torna a investire nel mattone. Perché è lì che si ricicla meglio, si muovono capitali ingenti e si compra silenzio. Ma sarebbe riduttivo considerare questo fenomeno solo una questione “napoletana” o del basso o alto Casertano, tra Lusciano, San Tammaro, Trentola Ducenta, Parete, Aversa. L’allarme è nazionale. L’inchiesta di Milano lo dimostra: anche lì il cemento è tornato al centro di manovre opache, con interessi criminali ben presenti dietro le quinte.

Dietro la retorica della “rigenerazione urbana” si nasconde spesso un’operazione di svuotamento del significato stesso di pianificazione. Rigenerare, in teoria, dovrebbe significare restituire qualità urbana, sociale, ambientale. Ma oggi rigenerare è diventato sinonimo di abbattere, ricostruire, moltiplicare cubature, privatizzare il territorio. Un paradosso in un Paese che ha oltre 7 milioni di case vuote.

Dove sono le istituzioni? Spesso complici. A volte silenti, più spesso attivamente partecipi. Regioni che approvano norme spot per favorire investimenti privati, Comuni che modificano piani regolatori senza un reale processo partecipativo, assessori all’urbanistica che parlano di sviluppo ma tacciono sul modello di città che si va costruendo. Non sono scelte frutto del caso, ma di una precisa scelta di modello economico. È la riproposizione di un’idea di sviluppo vecchia, tossica, predatoria. Un’idea che ha già fallito, ma che oggi torna mascherata da “rilancio”, da “transizione”, da “necessità abitativa”. Ma a chi servono davvero queste nuove case? Chi ci guadagna?

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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