Il grande guazzabuglio degli scioglimenti dei Comuni: una farsa italiana in salsa campana. “Un teatrino di nome Pomigliano, Marano e Giugliano”

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C’è un teatrino che si ripete, ogni volta più grottesco, sulle scrivanie del Viminale e nei corridoi della politica campana. È il balletto degli scioglimenti dei comuni – Pomigliano, Giugliano, Marano – che da mesi vengono rinviati, discussi, manipolati. Una storia diventata una farsa all’italiana, con trame opache, pressioni ai massimi livelli e protagonisti degni di un film di denuncia sociale.

Dietro le quinte si muovono figure con soprannomi che paiono usciti da una commedia nera: “Topini”, “Porcellini”, “Ruotoli”, “Macchiullele”, “Gatti Silvestro”, “Castellane”, “Messecantate”, “Macchioline”. Soprannomi noti nei circuiti della politica locale, utilizzati non a caso per identificare chi – da tempo – si muove per influenzare, rallentare o deviare le procedure di scioglimento. Un sistema parallelo fatto di contatti, relazioni trasversali, promesse e patti non scritti.

Accanto a loro, si muovono anche i “pretoni locali”, figure religiose chiacchierate, mai troppo distanti dal potere secolare, talvolta più attivi dei consiglieri comunali. E poi le mogli di esponenti delle forze dell’ordine, che orbitano intorno alle amministrazioni come fossero garanzie di impunità, e i fratelli di prefetti, nomi che circolano in sottofondo quando si parla di “sensibilità istituzionali”.

L’obiettivo? Tenere in piedi amministrazioni che, secondo diverse relazioni prefettizie, presenterebbero criticità pesanti, se non vere e proprie infiltrazioni. Eppure, nonostante dossier corposi (a Marano si parla di quasi 500 pagine), tutto resta sospeso.

A Pomigliano si è detto, inizialmente, che la relazione era “poco credibile”, ma ora il vento sarebbe cambiato. A Giugliano, invece, dopo la relazione è arrivato il voto: si è insediato un nuovo sindaco che – curiosamente – ancora non ha nominato la giunta. Forse, qualcuno gli ha consigliato saggiamente di aspettare che il Ministero decida cosa fare. E a Marano, dove le carte raccontano molto, si fa finta di niente. La regola sembra essere: non disturbare il manovratore.

Nel frattempo, i politici cambiano opinione ogni settimana, qualcuno a seconda della direzione del vento, altri in base a interessi più concreti. E intanto si alimenta il sospetto – sempre più fondato – che la gestione degli scioglimenti sia ormai un’arma politica, più che un atto di tutela democratica.

Con la sinistra al governo, non si esitava a sciogliere Comuni retti dal centrodestra. Con la destra al potere, le resistenze arrivano dagli stessi ambienti, spesso campani, dove i portatori di voti coincidono con i portatori di ambiguità. È lì che si concentrano gli sforzi per non sciogliere, per evitare che venga giù il castello di sabbia delle prebende e dei compromessi trasversali.

Il Ministero dell’Interno, da cui ci si aspettava maggiore rigore, sembra invece oscillare tra attendismo e prudenza calcolata. E mentre si rimandano decisioni, si dà spazio al balletto dei “Topini”, dei “Porcellini”, dei “Ruotoli” e delle “Castellane”, in un mondo dove le mogli di esponenti delle forze dell’ordine e i fratelli dei prefetti fanno parte del paesaggio, come se la trasparenza fosse un orpello secondario.

È un’Italia che stanca, che nauseabonda nella sua prevedibilità. Dove lo scioglimento dei Comuni non è più un atto straordinario di difesa della democrazia, ma un’occasione di calcolo politico.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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