Lo aveva messo nel mirino sin dal suo insediamento alla guida della Pubblica amministrazione. E da settimane – green pass esteso o no – il ministro Renato Brunetta preme per superare definitivamente lo smart working e riportare al più presto i dipendenti pubblici in ufficio, riducendo progressivamente al 15% la quota di lavoro da casa che attualmente è al 37 per cento.
Ma ieri in Aula durante il question time, il ministro ha affondato ulteriormente il colpo sull’efficacia del lavoro da remoto: «È un lavoro a domicilio all’italiana. Su Wikipedia in inglese si dice che è un lavoro self service, all’italiana, da casa. Pensare di proiettare questo tipo di organizzazione nel futuro mi sembra un abbaglio. È nata nell’emergenza, è stata costruita dall’oggi al domani spostando l’organizzazione del lavoro pubblico dalla presenza al remoto, a casa, senza contratto, senza obiettivi, senza tecnologia». Non solo, in questo anno e mezzo, dice Brunetta, la modalità «non ha garantito i servizi pubblici essenziali. Quelli li hanno garantiti i lavoratori della sanità, medici e infermieri, i lavoratori della sicurezza, carabinieri e poliziotti. I lavoratori in smart working non hanno affatto garantito questi servizi». Secondo gli ultimi dati, a settembre 2020 nei ministeri era in smart working il 71,1% del personale. Come già anticipato in un’intervista al Giornale, per Brunetta è stata una sperimentazione necessaria nei primi mesi della pandemia, ma ora, nella fase di ripresa è «il lavoro in presenza l’anima della rinascita».



























