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C’è un dolore che nessuno dovrebbe conoscere. Quello di una madre che guarda il proprio figlio e sa che il tempo, ormai, non è più una promessa ma un conto alla rovescia.
Domenico è ricoverato all’Ospedale Monaldi di Napoli. Dopo il trapianto di cuore fallito, le sue condizioni si sono aggravate fino a rendere impossibile un nuovo intervento. Sono iniziate le cure antidolore, un percorso di accompagnamento che sposta l’attenzione dalla guarigione alla dignità, dal tentativo estremo alla carezza che allevia la sofferenza.
La mamma si è detta rassegnata. Parole che pesano come macigni, pronunciate con quella lucidità che solo l’amore assoluto sa trovare quando tutto sembra crollare. Accanto al letto del suo bambino non c’è rabbia gridata, ma un silenzio che racconta notti insonni, speranze aggrappate fino all’ultimo, preghiere sussurrate tra i macchinari.
Intanto l’inchiesta sugli eventuali errori si allarga. La magistratura vuole capire, ricostruire, accertare responsabilità. È giusto che sia così. Ma mentre le carte si riempiono e i fascicoli si aggiornano, c’è una stanza d’ospedale dove il tempo si misura in respiri e in battiti assistiti.
Resta il dolore, immenso. Resta una madre che tiene la mano di suo figlio. E resta una domanda che spezza il cuore: perché.

