Nel contributo pubblicato ieri è stato ricostruito il contesto istituzionale in cui versa il Comune di Sorrento dalla fine di maggio 2025: una fase straordinaria, segnata dalla crisi politico-amministrativa e dalla conseguente gestione commissariale, nella quale l’azione dell’Organo straordinario è stata orientata al ripristino dei presìdi di legalità, alla ricostruzione degli atti presupposti e alla regolarizzazione dei principali snodi contabili e gestionali. In quel quadro, venivano richiamate criticità ricorrenti emerse nel corso dei mesi — in particolare sul versante dei debiti fuori bilancio, di affidamenti e procedure non adeguatamente presidiate, nonché sulla gestione del patrimonio comunale e delle concessioni — insieme a un clima cittadino complessivamente “teso”, nel quale non sono mancati episodi idonei ad alimentare interrogativi sulla capacità dell’Ente di tornare serenamente al voto senza un preventivo percorso di piena chiarezza istituzionale.
A distanza di poche ore, un atto formale contribuisce a dare ulteriore consistenza a quella ricostruzione, spostando il dibattito dal piano delle percezioni e delle ricostruzioni giornalistiche a quello degli atti amministrativi. Con la Delibera del Commissario Straordinario Pref. Rosalba Scialla (con i poteri del Consiglio comunale) n. 9 del 05/02/2026, viene adottato un secondo atto di indirizzo in materia di Piano delle Alienazioni e Valorizzazioni Immobiliari 2026–2028, documento obbligatorio e strettamente connesso agli equilibri del Bilancio di previsione 2026–2028.
La delibera, per impostazione e contenuto, non si limita a un richiamo tecnico. Essa prende atto, in maniera esplicita, di una situazione che viene descritta come idonea a condizionare e ostacolare l’azione amministrativa della gestione straordinaria in un momento cruciale della programmazione finanziaria. In particolare, l’atto richiama sia un precedente indirizzo già adottato (delibera n. 4 del 22/01/2026) sia la richiesta istruttoria del Collegio dei Revisori (9 gennaio), e rileva che, nonostante il tempo trascorso, non risultano compiutamente prodotti riscontri e atti istruttori idonei a dare seguito alle richieste e agli indirizzi formulati. Questo passaggio assume un valore istituzionale rilevante perché, nella fisiologia amministrativa, patrimonio e bilancio costituiscono due architravi: se il primo è incerto o disallineato, il secondo rischia di diventare formalmente approvabile ma sostanzialmente fragile.
Ancora più significativo è il modo in cui la delibera descrive la condizione del patrimonio. L’atto evidenzia l’esistenza di elenchi tra loro discordanti, incompletezze e carenze informative, e qualifica il quadro come confusione, disordine e anomalia di carattere sistemico e strutturale, non episodica né occasionale. In termini istituzionali, ciò equivale a dire che non si è di fronte a un disallineamento minimo, ma a una criticità che incide sui principi di trasparenza, efficacia e corretto utilizzo del patrimonio pubblico, con implicazioni dirette sul profilo economico-finanziario dell’Ente.
La delibera collega questo disordine a un ulteriore punto già emerso nel ragionamento di ieri: il rischio che la gestione del patrimonio (e, in particolare, la disciplina delle concessioni e delle locazioni) possa determinare un impatto negativo sulle entrate e sugli equilibri. In coerenza con tale impostazione, l’atto di indirizzo dispone la necessità di una ricognizione analitica dei beni concessi o locati, della verifica della congruità economica dei corrispettivi e dell’adeguamento dei canoni ai valori di riferimento, con attenzione alle situazioni che possano determinare sottovalutazioni o agevolazioni prive di adeguata istruttoria e motivazione. Il messaggio amministrativo è chiaro: la valorizzazione del patrimonio non è una scelta discrezionale, ma un dovere di buona amministrazione quando è in gioco la sostenibilità delle entrate e, quindi, la tenuta del bilancio.
Vi è poi un passaggio che, nel contesto delineato ieri, assume un rilievo ulteriore: la delibera prevede la trasmissione dell’atto non soltanto agli uffici interessati e ai Revisori, ma anche agli organi di controllo competenti, affinché svolgano le valutazioni di rispettiva competenza sui profili di regolarità amministrativa e contabile. È un atto tipico di un approccio istituzionale prudente e rigoroso, ma è anche un segnale: quando l’indirizzo deve essere rafforzato con l’attivazione o il coinvolgimento di livelli di controllo, significa che la questione è percepita come sensibile e potenzialmente idonea a produrre conseguenze rilevanti per l’Ente.
In definitiva, se l’articolo di ieri poneva una domanda di fondo — se Sorrento sia davvero pronta a tornare al voto senza un chiarimento più profondo delle dinamiche interne e delle criticità emerse — la delibera n. 9 aggiunge oggi un elemento di continuità sostanziale: la gestione commissariale, nel tentativo di ricondurre l’azione amministrativa entro canoni di linearità e trasparenza, registra formalmente una difficoltà oggettiva nel reperire riscontri e nel rimettere ordine su un capitolo essenziale come il patrimonio, con ricadute dirette sulla programmazione finanziaria e con la conseguente attivazione dei presìdi di controllo.
Alla luce di questo atto, la richiesta di affiancare la gestione commissariale con una Commissione d’accesso non è una forzatura: sarebbe una conseguenza logica. In altri termini: se ieri la domanda era se Sorrento fosse pronta a tornare al voto senza una “bonifica” amministrativa completa, oggi la delibera n. 9 aggiunge un dato oggettivo che rafforza quella domanda. E proprio perché il tema non è solo giudiziario — su cui resta centrale l’azione della Procura della Repubblica di Torre Annunziata — ma anche amministrativo e istituzionale, è necessario che la Prefettura di Napoli e il Ministero dell’Interno valutino l’attivazione di strumenti ispettivi incisivi, idonei a ricostruire in modo definitivo il quadro interno dell’Ente prima del ritorno alle urne.
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