L’Italia nel 2024 ha consolidato la sua uscita dalla morsa dell’inflazione e registrato una crescita occupazionale significativa. È il quadro che emerge dal Rapporto annuale Istat 2025, presentato ieri alla Camera dei Deputati dal presidente Francesco Maria Chelli. Ma oltre le cifre generali, il rapporto offre un’istantanea chiara e inedita: le città metropolitane di Napoli e Bari stanno diventando i veri motori della ripresa del Mezzogiorno, delineando una traiettoria che rompe con gli stereotipi del passato e accende nuove prospettive per il futuro del Paese.
Nel 2024, l’occupazione in Italia è aumentata dell’1,5%. Ma il dato sorprendente riguarda il Mezzogiorno, che ha segnato un incremento del 2,2%, superiore al Centro (+1,9%) e al Nord (+1%). Una tendenza incoraggiante, frutto di più fattori, tra cui un rinnovato slancio della manifattura e l’effetto leva degli investimenti del Pnrr. Tuttavia, a guidare questa inversione di rotta sono due poli ben precisi: Napoli e Bari, dove l’occupazione è cresciuta del 4,5%, una cifra più che doppia rispetto alla media meridionale e tre volte quella nazionale.
Un dato che acquista ulteriore rilevanza se confrontato con un altro fenomeno parallelo: la perdita di popolazione (circa -3% rispetto al 2023), segno che l’emigrazione giovanile persiste, ma non cancella la crescente capacità attrattiva di queste città per imprese, capitale umano e attività produttive innovative.
Nel Mezzogiorno, l’occupazione giovanile laureata è cresciuta di 11 punti percentuali negli ultimi cinque anni, riducendo il gap con il Nord di 7,5 punti. Un segnale potente che conferma come l’innovazione e le alte competenze siano la chiave della nuova crescita del Sud.
Il 25% delle imprese ad alta tecnologia nate negli ultimi cinque anni si trova nel Mezzogiorno. E tra le grandi città, Napoli è ormai parte dell’élite urbana italiana insieme a Roma, Milano e Torino, ospitando quasi un quarto delle startup tecnologiche più giovani. Bari segue con un ritmo sostenuto, beneficiando di poli universitari e collaborazioni tra centri di ricerca e imprese.
A Napoli, la Federico II di San Giovanni a Teduccio si è affermata come punto di riferimento per l’ecosistema dell’innovazione, mentre nel Barese emergono eccellenze come il Politecnico di Bari e centri di ricerca agro-tecnologici che dialogano con grandi industrie come Bosch, SKF e Baker Hughes. La sinergia tra formazione e industria è oggi uno degli asset strategici dell’intera macroregione.
Il Rapporto Istat evidenzia anche l’ascesa di Napoli e Bari come “Alpha City”: aree urbane capaci di attrarre talenti, imprese e investimenti in un contesto globale. Tre i pilastri che definiscono questa categoria: connettività internazionale, cooperazione educativa-produttiva e imprenditorialità.
Napoli, con il 70,5% dei passeggeri in arrivo da voli internazionali, e Bari con il 54,7%, surclassano altre città del Sud come Catania (39%) e Palermo (31,2%). Sono numeri che raccontano molto più del semplice traffico aereo: riflettono la capacità di queste città di essere hub strategici per multinazionali (Novartis, Hitachi Rail, NTT) e di inserirsi in circuiti globali di produzione e scambio.
Nonostante questi progressi, Chelli ha ricordato che i vincoli alla crescita restano: squilibri territoriali, carenze infrastrutturali, diseguaglianze intergenerazionali. Tuttavia, la traiettoria è tracciata: un Mezzogiorno meno omogeneo e più articolato, in cui alcune aree urbane si trasformano in laboratori di sviluppo avanzato, non più periferia dell’Europa ma avamposto della nuova economia italiana



























