Cospito, l’anarchico e il feeling con mafiosi e camorristi per l’abolizione del 41 bis

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Si erano coalizzati per raggiungere un unico obiettivo: abolire il carcere duro, il 41 bis. Un patto non scritto legherebbe l’anarchico Alfredo Cospito ai boss mafiosi e non solo. Un timore reso concreto dalle conversazioni registrate nelle scorse settimane all’interno del carcere di Sassari. Durante l’oraria d’aria, trascorsa a passeggiare all’interno del cortiletto del penitenziario sardo di massima sicurezza, Cospito si accompagnava ogni volta a una diversa «dama di compagnia»: così viene definito il compagno con cui il detenuto ristretto al 41 bis trascorre, a rotazione, l’ora di socialità. Tra questi c’erano mafiosi di “livello” come Pietro Rampulla, l’artificiere della strage di Capaci, e Pino Cammarata, reggente del famigerato clan omonimo di Riesi, in provincia di Caltanissetta. Ma non solo. La relazione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sui colloqui dell’anarchico, finita al gabinetto del ministero della Giustizia, è stata stilata dal Gruppo operativo mobile (Gom): un reparto mobile del Corpo di polizia penitenziaria che risponde direttamente al capo del Dap.

Cospito veniva incoraggiato dal boss della ‘ndrangheta Francesco Presta a proseguire lo sciopero della fame: «Devi mantenere l’andamento, vai avanti». L’anarchico rispondeva: «Fuori non si stanno muovendo solo gli anarchici, ma anche altre associazioni. Adesso vediamo che succede a Roma». E ancora il boss replicava: «Sarebbe importante che la questione arrivasse a livello europeo e magari ci levassero l’ergastolo ostativo». Dello stesso tenore era il colloquio con Francesco Di Maio, esponente del clan dei Casalesi, altro detenuto con cui condivideva l’ora d’aria: «Pezzetto dopo pezzetto si arriverà al risultato», era il riferimento di Di Maio all’abolizione del 41 bis.

RISCHIO RIVOLTE

Questo asse, temporaneo e inedito, tra l’anarchico e i boss mafiosi preoccupa non poco gli ambienti investigativi. Se infatti Cospito dal 41bis passasse all’AS2 – ossia al regime di alta sorveglianza previsto per i detenuti accusati di terrorismo – ci potrebbe essere il rischio che possa più facilmente fomentare delle rivolte in carcere. Come avvenne il 9 marzo del 2020, quando, con la scusa delle limitazioni imposte per via del Covid ai colloqui con i familiari, i detenuti della media sorveglianza insorsero contemporaneamente in vari penitenziari italiani. La vera ragione di quegli scontri, infatti, era legata alle disposizioni con cui una task force del Dap trasferì circa 800 mafiosi in penitenziari più distanti dai territori dove i loro rispettivi clan spadroneggiavano. è attenzione agli Nella riunione del Comitato di analisi strategica antiterrorismo, presieduta dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, è emersa preoccupazione su altri «contatti tra detenuti anarchici e mafiosi, per possibili convergenze nella lotta al 41 bis». Proprio sulla base di questo pericolo, è probabile che la Direzione nazionale antimafia abbia dato parere negativo riguarda l’annullamento del carcere duro per Cospito.

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