Questa stagione è forse la più attesa e desiderata, quella in cui non solo la natura si risveglia ma anche l’anima di ognuno di noi. Fra tutti i quadri che l’hanno celebrata quello della Primavera di Botticelli è uno dei più misteriosi e, grazie alla sua notorietà, anche uno dei più interpretati. Le letture iconografiche dell’opera, infatti, sono molteplici ma possono facilmente ricondursi a una comune idea di fondo: in esso si celebra l’esaltazione della Bellezza come spinta propulsiva verso l’Amore, inteso come rinascita della natura e della vita. Il quadro è considerato uno dei capolavori del Rinascimento italiano e fu dipinto per Lorenzo di Pierfrancesco dei Medici, cugino del più famoso Lorenzo il Magnifico, fra il 1482 e il 1485.
Il contesto filosofico-letterario. La Primavera nella produzione dell’artista è legata al cosiddetto “periodo profano” dedicato a soggetti mitologici. Il capolavoro, emblema della pittura fiorentina di quell’epoca, è considerato una delle più importanti allegorie pagane di tutta la storia dell’arte postclassica. La scena del quadro ha un carattere festoso e mostra la relazione con le Stanze, il poemetto pubblicato dal grande letterato Agnolo Poliziano nel 1475 ma ha contatti anche con opere classiche quali le Metamorfosi di Ovidio, con il De Rerum naturae di Lucrezio e con tutta la filosofia neoplatonica dell’Accademia neoplatonica fiorentina fondata in quegli anni da Cosimo il Vecchio. Nella teoria di uno dei suoi maggiori esponenti, il filosofo Marsilio Ficino, si sostiene che l’anima immortale ascende a Dio attraverso l’intelletto e l’amore e, secondo Botticelli infatti la Bellezza ideale e l’Amore, l’unico grande motore del mondo, ci conducono e ci innalzano verso Dio.
Analisi della scena. La scena della Primavera va letta da destra a sinistra: in un boschetto di aranci Zefiro, il vento seminatore della natura insegue con passione la ninfa Clori che, da lui fecondata, inizia a emettere fiori dalla bocca e viene trasformata nella dea Flora, la Primavera, che avanza decisa sul verde prato, sorridente, spargendo fiori e diventando simbolo di fertilità. Al centro dell’opera compare Venere, dea della Bellezza, altro simbolo di fecondità, che è sormontata da Eros il dio dell’amore, il piccolo Cupido capriccioso, bendato e saettante, che lancia le sue frecce. A sinistra appaiono le tre Grazie (le dee Talia, Eufrosine e Aglaia) vestite di veli trasparenti e sensuali con gioielli e gemme preziose con le dita intrecciate fra di loro, ballano la danza dell’amore. Infine ecco comparire il dio Mercurio che protegge l’aranceto con il suo caduceo, il bastone con cui dissipa le nuvole e nello stesso tempo dissemina prosperità e pace.
Lo stile. Nella scena da un punto di vista stilistico vi è una rappresentazione lineare che serve a idealizzare le immagini, è una linea disegnativa che definisce i contorni degli oggetti e li rende estranei alla realtà. Le figure sono coordinate fra di loro secondo un andamento ondulante che le percorre singolarmente e le unisce le une alle altre, Zefiro con Flora, con una pausa che incornicia ad arco Venere al centro per poi riprendere nell’intreccio delle Grazie e in Mercurio con l’ascesa del braccio. Venere è arretrata, la prospettiva è appena accennata nell’aranceto dello sfondo che si sviluppa incurvandosi in modo irreale.
Conclusioni. Secondo filosofo Ernst Gombrich nella Primavera vi si narrerebbe come l’amore, nei suoi diversi gradi, arrivi a staccare l’uomo dal mondo terreno per volgerlo a quello spirituale: Zefiro e Clori rappresenterebbero la forza dell’amore sensuale e irrazionale, che è fonte di vita (Flora) e, tramite la mediazione di Venere ed Cupido, si trasforma in qualcosa di più perfetto (le Grazie), per poi spiccare il volo verso le sfere celesti guidato da Mercurio.
Fermina Daza
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