Mario Draghi: voto 4,5. Il premier ci sperava, eccome se ci sperava, di salire al Colle come Presidente. Fin da quel “sono un nonno a disposizione” candidamente (mica tanto) pronunciato nella conferenza stampa di fine anno prima di Natale. Draghi comunque si è intestato la rielezione di Mattarella con il faccia a faccia di ieri mattina durato trenta minuti e che ha portato poi all’accordo nella maggioranza. Non solo. Se tra due anni il Capo dello Stato si facesse da parte, come fu con Napolitano, per Draghi si aprirebbe un’autostrada verso il Quirinale, sempre che nel frattempo non si sia già trasferito a Bruxelles o Oltreoceano.
Matteo Salvini: voto 3. Il leader della Lega ha commentato i titoli di coda del film quirinalizio affermando: “Noi a testa alta, ci siamo presi responsabilità”. Va bene tutto, ma viste anche le possibili dimissioni di Giorgetti dal governo Draghi (poi smentite), è evidente come ora l’ex Capitano tornato in versione Papeete sia molto più debole di una settimana fa. Sia nella maggioranza, e quindi nel rapporto con Draghi e soprattutto con il Pd, sia al suo interno. I Governatori del Nord, guidati da Fedriga, sono sul piede di guerra, insieme alla Lega moderata di Giorgetti e Garavaglia. In discussione c’è tutta la strategia del segretario leghista dopo la fine del Conte I e il boom alle Europee. Quanto alla partita del Colle, Salvini ha sbagliato pensando di strafare, ha voluto fare, usato il suo dialetto meneghino, il ganassa e il bauscia. Pensava di poter portare il primo Presidente di Centrodestra, poi credeva di arrivare alla prima donna Capo dello Stato e alla fine, per colpa anche della sua scarsa riservatezza nel tenere coperti i nomi, ha dovuto ingoiare il Mattarella bis (che fino al giorno prima negava).
Giorgia Meloni: voto 6,5. La leader di Fratelli d’Italia oggi sembra Lady Oscar, la paladina dei cartoni animati Anni ’80 che da sola fronteggiava e sconfiggeva tutti i nemici. Ha inchiodato Salvini in tutte le fasi del Quirinale, condizionandolo fino alla capitolazione. Con il giochino del boom di voti a Crosetto ha assestato un primo colpo al leader leghista, poi il secondo è arrivato con le urla contro la candidatura di Casini, alla quale Salvini stava per dare l’ok. Poi quando il Carroccio ha ceduto è arrivato il cannoneggiamento. Facile e scontato pensare che nelle prossime settimane Fratelli d’Italia salirà nei sondaggi proprio ai danni della Lega.
Silvio Berlusconi: voto 5. Si è sentita l’assenza dell’ex Cavaliere in questa concitata e convulsa partita per il Colle. Alla fine il partito, che da anni spalleggia il Pd, si allinea nuovamente al “sistema” e benedice Mattarella dopo aver bruciato la propria candidata, Elisabetta Casellati.
Enrico Letta: voto 5,5. Il segretario del Partito Democratico in versione frate di campagna, con la proposta del conclave a pane e acque, è stato furbo. Non ha mai fatto nomi in tutta questa vicenda lasciando che fosse Salvini a bruciare candidati. Al leader dei Dem è bastato dire di no, opporsi, fare qualche tweet per ottenere la principale vittoria, come aveva annunciato fin dall’inizio. Lui, però voleva Draghi e ha proposto anche Belloni. Ora però fa il ganassa con Mattarella.
Giuseppe Conte: voto 2. Peggio di Salvini, peggio di così non poteva andare per l’ex premier. Partiamo dalla fine, quando venerdì sera il capo politico del M5S si era accordato con Savini sul nome di Belloni, con tanto di tweet euforico di Grillo, peccato che nella notte a stoppare la responsabile dei servizi non siano stati tanto Letta, Renzi o Berlusconi quando Di Maio, l’abile ministro degli Esteri che – oggettivamente – ha ancora in mano il controllo della maggioranza dei parlamentari pentastellati. Si muove come un dilettante.
Matteo Renzi: voto 6,5. Il leader di Italia Viva puntava su Casini Presidente, lo sanno tutti e non è un mistero. Ma per il senatore di Rignano la permanenza di Mattarella al Quirinale è comunque un buon risultato. Renzi ha contribuito, con un patto con Letta, a segare tutti i candidati salviniani, Casellati in testa. E, punto fondamentale, con la deflagrazione del Centrodestra e il probabile ritorno al sistema proporzionale per il suo centro-centrino si apre una possibile stagione da protagonista dopo le elezioni del 2023, anche se non andasse oltre il 4-5% (magari insieme ad altri compagni di viaggio).
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