
L’accusa ha retto solo per due delle quattro gare finite al centro del processo. La presunta esistenza di una associazione per delinquere che avrebbe avuto in Massimo Petrone, noto imprenditore farmaceutico, uno dei perni principali è una ricostruzione che i giudici hanno escluso mandando assolti «perché il fatto non sussiste» gli imputati accusati del reato associativo. Un caso di corruzione è stato pure escluso e la prescrizione è stata dichiarata per due episodi di turbativa d’asta. La sentenza emessa ieri dai giudici della settima sezione del tribunale di Napoli ha stabilito la condanna per nove dei sedici imputati che la Procura aveva portato a giudizio ipotizzando accordi obliqui per condizionare le gare per le forniture di medicinali alla Soresa e in vari ospedali cittadini. Tra loro manager e dirigenti. Ma andiamo con ordine. L’elenco delle condanne si apre con i tre anni e mezzo di reclusione decisi per Massimo Petrone, due anni e sei mesi per il padre Carmine e due anni per il fratello Raffaele, entrambi, questi ultimi, con il beneficio della pena sospesa. L’accusa che più pesava su di loro e sul nome del gruppo imprenditoriale impegnato nel settore della distribuzione dei farmaci, cioè l’accusa di aver creato una sorta di sistema, una presunta associazione, finalizzata al controllo illegale delle forniture e dei prodotti farmaceutici è venuta meno. Le accuse che hanno portato alla condanna riguardano due gare per la fornitura di albumina alla Soresa e agli ospedali Cotugno- Monaldi-Cto.
Il Mattino























