Clan Mallardo, raffiche di condanne: 19 anni a Domenico Pirozzi, alias ‘o pesante

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La lettura del dispositivo di sentenza per il clan Mallardo è arrivata nel tardo pomeriggio (ieri, ndr) ed annunciarla è stata il giudice Marta Di Stefano della settima sezione penale del Tribunale di Napoli. Ventotto imputati, di cui nove condannati e diciannove assolti.  Novantanove anni è il totale delle pene da espiare. Questa è l’analisi dell’ultima tappa del processo. Una cosca che operava nel territorio di Giugliano in Campania.

Per il boss Domenico Pirozzi, alias “Mimì ‘o pesante”, la condanna maggiore: diciannove anni perché ritenuto il capo dell’organizzazione. E famosa è la conversazione intercettata con alcuni esponenti polici locali in cui il boss esprime con compiacimento il fatto di avere persone vicine in amministrazione: «Mettetevi d’accordo sul quel Comune perché c’è da mangiare per tutti quanti». Domenico Micillo, detto “mollicone”, diciassette anni; Renato Cacciapuoti, “Nino D’Angelo”, tredici anni; Giuliano Gracco quattordici anni e sei mesi; Domenico Cimmino, detto “polpettone”, tredici anni; Giovanni D’Alterio alias “quartarolo”, tredici anni e cinque mesi; Raffaele Smarrazzo, “Lupin”, cinque anni; Domenico Basile tre anni e Massimiliano Ferrara, due anni e otto mesi. Per gli altri imputati, che erano a piede libero, c’è stata l’assoluzione. Tra questi: Ciro De Matola (difeso dagli avvocati Leopoldo e Mariarosaria Perone), Giuseppe Sorvillo, Domenico Abbate, Giuseppe Piscopo, Giuseppe Ferrara, Pasquale Palma, Tristano Cicchetti, Giuseppe Marino, Giancarlo Frecciarulo, Gioacchino Nardi , Nella Di Donato , Aureliana Di Spirito, Casone Francesco, Gennaro Carbone, Gennaro Scognamiglio, Paolo Varriale e infine Antignano Stefano.

Dopo l’intervento di alcuni avvocati, tra cui quelli di Beniamino Mammarella, Paolo Picardi e Antonio Gravante, il pubblico ministero nella replica, ribadisce alla Corte che il materiale probatorio acquisito è impeccabile e conferma, quindi, tutti i capi d’imputazione contenuti nella misura cautelare nella sua requisitoria finale.

Le azioni delittuose erano: rapine in serie alle banche, sfruttamento della prostituzione, speculazioni edilizie e contatti assidui con politici e amministratori locali, corruzione e interposizione fittizia. Le rapine contestate sono all’ufficio postale di Villaricca dove entrarono attraverso un foro nel pavimento riuscendo a portare via oltre 35mila euro. O ancora il colpo all’Unicredit di piazza Annunziata dove sempre grazie a uno scavo sotterraneo entrarono armati di pistola. La tecnica era quella di utilizzare come punto di partenza per lo scavo un appartamento o un box di fianco l’istituto preso di mira e in genere di proprietà di uno della banda. Gli arresti avvennero nel 2013 grazie al pentito Giuliano Pirozzi.

 

 

© Copyright Mario Conforto, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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