Lettera allo psicologo
“Se ci si occupasse dei bambini già nati con lo stesso vigore etico, la stessa passione politica che circonda, in questi giorni, le tecniche di gravidanza, la condizione dell’infanzia farebbe un gran passo avanti” Michele Serra
Caro dottore, i bambini già nati…quanta voglia di amare un bimbo abbandonato, sfortunato, di crescerlo con l’amore e il rispetto di cui ogni bimbo ha diritto. Io sono una donna single, ho 48 anni, insegno; ho accudito i miei genitori fino alla fine, negandomi una vita sentimentale. Oggi mi dedico molto agli altri, attraverso la beneficenza e altre iniziative. Il mio desiderio sarebbe quello di crescere un bimbo che altri non hanno voluto, ma la legge non me lo permette. A me sembra un’aberrazione, lei cosa ne pensa?
Simona (Casoria)
Diritto alla vita come diritto all’amore! Questo è quello che chiede un bambino quando nasce. Diritto di essere amato in un mondo nel quale non per sua scelta viene gettato, abbandonando il grembo della mamma, fatto di atmosfera ovattata e di calore, che solo il liquido amniotico riesce a dare. Essere gettati nella vita è come essere gettati nella notte, e si reagisce con un grido. E’ quello il grido che chiama la madre, con cui il bimbo chiede di essere accolto nella sua nudità; se quel grido rimanesse inascoltato sarebbe l’angoscia, l’abbandono.
Fondamentale questo processo dell’essere accettato, essere accolto e riconosciuto, desiderato, dalla madre che crea con il bimbo un legame primario, fatto di cure, di coccole, di nutrimento: il maternage, come si definisce questo insieme di comportamenti che si identifica con il sentimento di maternità, che consente al bambino di fondare le proprie sicurezze man mano che, al contempo, differenzia il proprio sé da quello materno, e cresce. Spitz ha condotto a tale proposito molti studi su bambini istituzionalizzati e ha potuto osservare come nei bimbi che vengono separati dai genitori per essere alloggiati in strutture di accoglienza, si manifestano vari segni di deterioramento della persona. Essi diventano piagnucolosi, rifiutano il contatto, hanno uno sguardo spento, inespressivo, diventano persino insonni o dormono troppo, infine si ammalano più facilmente. Una reazione alla deprivazione affettiva definita da Spitz depressione anaclitica.
Sull’altro versante però, spesso ritroviamo una madre che si identifica con il proprio figlio, che vive in simbiosi con lui, ritenendo il figlio un oggetto esclusivo per il proprio godimento emotivo e affettivo, fino a fargli vivere una forma di soffocamento in cui si confonde l’amore con il proprio bisogno, o smania, di essere madre. I figli non sono figli della ragione, ma del desiderio, non vanno considerati come proprietà, da plasmare secondo proiezioni personali, ma lasciati liberi nella loro libertà di individui. Così l’amore, anche attraverso l’adozione, può diventare una possibilità esistenziale, e non una forma di vita mancata.
Raffaele Virgilio, psicologo e psicoterapeuta
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